Incerta l’abolizione dei rimborsi elettorali

Il Governo ci riprova ma non è detto che ci riesca. Molti i contrari con motivazioni non sempre valide. Intanto incrementano il debito pubblico   

 

Il finanziamento statale è una delle modalità, assieme alle quote d'iscrizione e alla raccolta fondi, con cui i partiti reperiscono i fondi necessari a finanziare le proprie attività. In effetti, esiste in diversi Paesi, però spesso assicurato solo alle opposizioni. In Italia fu introdotto il 2 maggio 1974, ad esclusivo favore dei gruppi politici presenti in Parlamento, onde rendere meno frequente la creazione di altri e per rassicurare l'opinione pubblica che, attraverso il sostentamento diretto dello Stato, i partiti non sarebbero più incorsi in reati di corruzione. Tra l’altro, introduceva il divieto di percepire finanziamenti da strutture pubbliche e l’obbligo (penalmente sanzionato) di pubblicizzare i finanziamenti provenienti da privati, se superiori ad un certo ammontare. Proposta da Flaminio Piccoli (DC), la norma fu approvata in soli 16 giorni con il consenso di tutti, ad eccezione dei liberali. Che, nel settembre dello stesso anno, pensarono di indire un referendum abrogativo, ma non riuscirono a raccogliere le firme necessarie. Ci riprovarono nel 1978 i Radicali, convinti che le strutture e gli apparati di partito devono essere finanziati dagli iscritti e dai simpatizzanti; ottennero solo il 43,6% di sì, percentuale comunque insufficiente.

Dopo lo scandalo di Tangentopoli, Pannella lo ripropose nel 1993, incassando il 90,3% di voti favorevoli all’eliminazione della legge. Che il Parlamento, a dispetto della volontà popolare, rimise subito in vigore, modificandone lo scopo: non più “finanziamento”, bensì “contributo per le spese elettorali”. Aiuto pubblico che nel 1999 fu attribuito anche per le elezioni al Parlamento Europeo, alle Regionali e per i referendum. E che aggravò l’onere statale in quanto ridusse dal 4 all'1% il quorum necessario di voti per ottenere il rimborso. Non solo, permise anche ai contribuenti, al momento della dichiara-zione dei redditi, di detrarre quanto donato ai gruppi politici, con conseguente minore incasso dello Stato. Un’ultima modifica, apportata nel 2006, fa sì che il rimborso elettorale sia dovuto per tutti gli anni di Legislatura, indipendentemente dalla durata effettiva, il che comportò un ulteriore aumento dell’esborso statale. Ora, infatti, i partiti percepiscono, oltre al risarcimento per le elezioni del 2008, quello del febbraio di quest’anno. Sta di fatto che lo Stato, dal 1994 al 2008, ha versato 2 miliardi e 253 milioni, mentre i costi documentati dalle tante sigle partitiche nello stesso periodo sono di 579 milioni, cioè di un quarto. Soldi che, come sappiamo, spesso sono stati usati per uso personale dagli amministratori o dai segretari - basti pensare ai tanti recenti scandali dei quali si occupa attualmente la Magistratura -, oltre che per mantenere un certo numero di sedi, spesso inutili, anche all’estero: il Partito Comunista ne possedeva 2.399, poi usati dal Pd per uffici e locali commerciali. Altri per acquistare vetture: la Lega, in un solo anno, ha speso un milione 241.307 euro. E pure per assumere impiegati, spesso amici o parenti dei politici eletti. Il PD, per risparmiare, ha recentemente annunciato di volerne licenziare 180, ponendoli in cassa integrazione, notoriamente pagata con soldi pubblici, quindi dagli Italiani!

Fin qui la storia. Che dimostra quanto sia necessario abolire il finanziamento pubblico, salvo incentivare quello privato. Per questo, il Governo Letta ha elaborato in proposito un disegno di legge che, ammesso che passi invariato al Parlamento, entrerebbe in funzione solo nel 2017, cioè tra 4 anni. Intanto i partiti, nonostante la crisi economica e l’enorme debito pubblico, continueranno ad intascare i milioni versati dallo Stato, sia pure riducendone progressivamente gli importi (del 40% nel primo anno successivo a quello dell'entrata in vigore della nuova norma, del 50% nel secondo e del 60% nel terzo). Resta intanto la domanda: sarà approvato il nuovo testo? In effetti, prolificano le polemiche a riguardo. Ad alcuni esponenti del Pd, infatti, non va giù l’idea che il finanziamento sia effettuato da privati, in quanto ciò comporterebbe, dicono, “lo strapotere dei più ricchi”, sottintendendo gli imprenditori e liberi professionisti, quindi i berlusconiani. Il che può essere vero, ma non è affatto certo che gli elettori di sinistra si astengano dall’effettuarlo, sia pure in misura minore, pur di togliere di mezzo il Cavaliere ed il suo partito. Dubbiosi anche i seguaci di Grillo i quali ritengono che il progetto sia “una legge-truffa, una presa in giro per i cittadini che continueranno a pagare per far campare i partiti tramite risorse che saranno sottratte al bilancio dello Stato”. Essa prevede, infatti, che, per importi fino a 10.000 euro, si potrà avere una detrazione fiscale pari al 38%. Senza contare che il notevole astensionismo registrato nelle ultime votazioni, parlamentari ed amministrative, mette bene in risalto l’attuale disinteresse per la politica degli Italiani, già soffocati dal fisco e dalla crisi economica. Il che potrebbe comportare un versamento volontario relativamente scarso, soprattutto se dovesse essere cambiata la Costituzione in modo da introdurre in Italia il semipresidenzialismo alla francese (elezione del Presidente della Repubblica), quindi due tornate elettorali, o il sistema tedesco (votazione popolare del Capo del Governo). Da qui il rischio, che per qualcuno è già certezza, di un ritorno al vecchio sistema. O, come scrive Angelo Panebianco su il Corriere della Sera, quello che “al termine dell’iter parlamentare diventino pessime le cose meno buone e inefficaci quelle buone”, previste nel disegno di legge. Intanto,  a distanza di oltre 40 anni, si discute ancora sulla questione.

Egidio Todeschini

 6.6.2013

 

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