Il tribunale dell’Aia dà ragione alla Germania

Niente risarcimenti ai parenti delle vittime dei nazisti. Una sentenza lecita ma probabilmente politica. Le reazioni sono discordi

 

 Può sorprendere che nel 2008, a distanza di più di 60 anni, la Cassazione italiana abbia condannato la Germania a risarcire le vittime di alcune stragi naziste, in particolare quelle di Civitella, Cornia e San Pancrazio (Arezzo), dove, il 29 giugno 1944, furono uccisi 203 abitanti, tutti civili e in gran parte donne, bambini ed anziani. Nonché il parroco del paese. Un ritardo temporale dovuto agli interminabili tempi delle procedure giudiziarie nazionali. Ma soprattutto al fatto che solo nel 1995 fu scoperto il cosiddetto “armadio della vergogna”, scrigno che conteneva 695 fascicoli relativi a crimini hitleriani, fino ad allora sconosciuti. Da qui la ventina di processi civili che puntavano a risarcimenti economici a carico non di uno Stato, bensì di chi era già condannato all’ergastolo. Tra questi, Erich Priebke, attualmente ai domiciliari nella casa del suo avvocato, per la strage delle Fosse Ardeatine; Karl Hass, morto nel 2004 nella casa di riposo di Castelgandolfo dove era ai domiciliari; e Michael Seifert, detenuto nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere dove è morto lo scorso novembre. Procedure, comunque, che spesso si conclusero nel nulla a causa del decesso dei familiari delle vittime o degli incriminati.

La sentenza del 2008, che condanna la Germania a risarcire le vittime del nazismo, è invece penale. Ed è delibera assolutamente innovativa: nessun altro Paese ha intentato cause di risarcimento nei confronti dell’ex Stato nazista. Il che ha fornito lo spunto alla Merkel per contestarla presso la Corte internazionale dell’Aia. La quale, il 3 febbraio scorso, ha dato ragione a Berlino, dichiarando non valido il verdetto, in quanto - ha sostenuto -  “nessun tribunale può condannare uno Stato sovrano”. Neppure se è stato responsabile di stragi. In Italia, tra l’8 settembre del 1943 e l’aprile del 1945, cioè dopo l'armistizio di Cassibile firmato da Badoglio con gli anglo-americani, le vittime furono 15mila, in maggior parte anziani, donne e bambini.  Spontanea, quindi, la domanda: è una giusta decisione, quella del Tribunale dell’Onu?

Le reazioni sono state diverse ed opposte ed è difficile districarsi fra chi ha torto e chi ragione. E’ incontestabile che, all’epoca, i Tedeschi abbiano voluto vendicarsi del tradimento subito. E che la Germania hitleriana avesse già espiato le proprie colpe per effetto della condanna a morte emessa dal Tribunale militare internazionale di Norimberga a carico di 24 capi nazisti, impiccati il 16 ottobre 1946 (tranne Hermann Göring che si suicidò il giorno prima dell'esecuzione). Senza contare che, se si affermasse la legalità dei risarcimenti, alla fine di ogni guerra ci sarebbero milioni di procedimenti penali, con il rischio di vanificare i trattati di pace. Infatti non c’è esercito o gruppi di manifestanti che non abbiano compiuto nefandezze: pensiamo, per esempio, alle “Foibe” nelle quali i soldati di Tito uccisero centinaia di Italiani della Venezia Giulia e della Dalmazia. Carneficina della quale, tra l’altro, la maggior parte dei giovani italiani è all’oscuro. E per la quale nessun magistrato ha creduto opportuno chiedere risarcimenti per le vittime e per i familiari obbligati a scappare dalle loro terre. Come, del resto, non è stato fatto per i circa 200 nostri connazionali (comunisti, socialisti ed anarchici), emigrati nell’URSS in seguito all’avvento del fascismo, che dopo lunghi anni di permanenza e di totale integrazione furono accusati di spionaggio o trotskismo, arrestati e condannati alla pena capitale con processi illegali. Non c’è stata richiesta di indennizzi neppure per il massacro di Katyn, in Polonia, messo in atto dai sovietici. O per le violenze e gli stupri compiuti, tra il 1991 ed il 1995, per motivi religiosi e politici in Boemia, Croazia, Slovenia e Serbia.

Certo, violare i diritti universali dell'uomo è un crimine. Ed infatti la Corte lo ammette. Ma esiste anche la cosiddetta “immunità costituzionale” che stabilisce quali temi possono essere regolati dai singoli Stati e quali sono di competenza del diritto internazionale. Da ciò la decisione del Tribunale dell’Onu che contesta la legittimità della sentenza italiana, ma non il principio, ed invita, quindi, Italia e Germania a trovare un accordo su un indennizzo che non sia soltanto simbolico. Afferma infatti che la Cassazione non poteva procedere contro la Germania; però ammette che la ricostruzione dei fatti e le relative responsabilità fossero ineccepibili. Giudizio che a molti è sembrato più politico che giuridico. E che non è piaciuto all’ex Ministro degli Esteri, Franco Frattini, che lo ha imputato a mancanza di coraggio della Corte dell’Aja, definendolo una “pesante frusta ai danni delle vittime”, in quanto “calpesta brutalmente la memoria”.

Invece, l’attuale titolare della Farnesina, Giulio Terzi di Sant’Agata, forse solo per diplomazia, ha affermato che occorre rispettare la sentenza del Tribunale Internazionale, ma anche portare avanti le trattative con la Germania per soddisfare quanto più possibile il desiderio di giustizia di chi ha sofferto per le conseguenze delle torture naziste. Ed ha aggiunto che “l’Italia intende proseguire ad affrontare insieme alla Germania tutti gli aspetti che derivano dalle dolorose vicende della seconda guerra mondiale, in una prospettiva di dialogo e di tutela delle istanze di giustizia delle vittime e dei loro familiari”. Come dire che non intende far cadere la questione. C’è da sperare che le trattative con la Germania inizino, proseguano e giungano in porto. Sta di fatto, però, che sulla questione è sceso già il silenzio, della stampa e dei politici. Compresi quelli del Ministero degli Esteri.

Egidio Todeschini
8.1.2012