La crisi persiste e in Italia si sciopera

In un Paese in cui i disoccupati abbondano e il debito pubblico cresce sarebbe meglio darsi da fare piuttosto che scendere nelle piazze

 

Le cronache nazionali lasciano sbigottiti. Non soltanto per gli ingenti danni procurati da temporali ed esondazioni, per le dispute che hanno suscitato, nonché per le colpe trasferite gli uni sugli altri. Fanno allibire anche, direi soprattutto, gli scioperi voluti dal segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, e dai Cobas, quelli già effettuati ed i previsti nel prossimo mese, che certo non aiutano l’economia della Penisola e lo stato finanziario dei lavoratori. Nel giro di pochi giorni migliaia di persone hanno sfilato in venticinque città, per contestare il Jobs Act (Legge sul lavoro) e le politiche del Governo. Immigrati, sindacalisti, lavoratori e studenti hanno dato vita a manifestazioni caratterizzate, a Roma, dal lancio di uova e petardi, a Milano e a Padova da scontri che hanno comportato il ferimento di alcuni poliziotti e scioperanti. A Napoli i manifestanti hanno bloccato per un paio d'ore la tangenziale creando disagi alla circolazione. A Torino, la Digos è riuscita a sequestrare mazze e bastoni su un furgone del Gruppo Studenti Indipendenti; a Genova è stato ostacolato per alcune ore l'accesso al casello autostradale. A Firenze tre cortei hanno mandato in caos la circolazione. Idem a Cosenza, Bari, Bologna e Palermo.

Contestazioni ritenute necessarie, tanto che il leader della Fiom - appoggiato dagli scioperanti che urlavano: “Oggi è solo l'inizio” - ha detto: “Non ci fermiamo, andiamo avanti fino in fondo, finché non cambieranno le loro posizioni”. Infatti a dicembre continueranno nel Trasporto Pubblico (ferroviario, marittimo, aeroportuale), in quello delle Poste e dell’igiene ambientale (ritiro dell’immondizia). I motivi del contendere sono noti: mantenere l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, che non permette di licenziare neppure i fannulloni, riducendo così i casi nei quali deve intervenire la Magistratura, con i costi che ciò comporta. Spesa che comunque rimane, dato che la Divisione Investigazioni Generali e Operazioni Speciali (Digos) di Padova ha già avviato le analisi dei video registrati durante gli scontri per risalire agli autori delle ferite procurate ad alcuni agenti  della Polizia, tra i quali anche il capo della squadra mobile, Marco Calì. Poi saranno i Giudici a sentenziare ed eventualmente punire i responsabili.

Quello che si è visto a Padova, Milano, Roma, Napoli, Pisa, Palermo rimanda, per alcuni aspetti, al 68, specialmente per quanto riguarda il contemporaneo sciopero, definito “sociale”, degli studenti medi ed universitari scesi in piazza a causa, dicono, della “assenza di prospettive e di speranza”. Certo, la crisi economica, il precariato, la disoccupazione giovanile mette loro paura, tanto da far perdere la pazienza e chiedere risposte sicure su diritti, lavoro, redditi. Ma non è scioperando che si risolvono i problemi. Compresi quelli economici dei lavoratori che così perdono anche giorni di paga, aumentando di conseguenza la loro miseria familiare, contrariamente ai sindacalisti sono ben pagati anche quando protestano per strada. E che non capiscono che “è solo mettendo l'impresa nelle condizioni di fare impresa che noi possiamo tornare a crescere, assumere le persone e difendere il lavoro”, come ha detto il Ministro dei Trasporti, Maurizio Lupi, replicando alla Camusso. Evidentemente ella è prigioniera della retorica comunista che, tra le altre cose, contesta al Governo la concezione di autosufficienza, cioè dell’eccessivo potere ai suoi tempi voluto da Mussolini, però abolito dalla Costituzione del 1948.

La Cgil però ritiene indiscutibili le sue volontà e decisioni, tanto in contrasto con la democrazia da fare irritare, questa volta, le altre confederazioni sindacali che non hanno aderito agli scioperi, contrariamente ai parlamentari del Pd, Bersani compreso, ostili a Renzi. Un’arroganza, quella della Camusso, che contrasta con l’attuale basso livello di iscritti alla confederazione di sinistra, molti dei quali sono pensionati. E che fa dire al sociologo Bruno Manghi, cattolico e progressista, cheLa Cgil è la realtà sindacale più prigioniera della retorica. Si sente l’erede della sinistra politica e, con un riflesso condizionato, sta commettendo errori”. Sta di fatto che degli scioperi già fatti e di quelli previsti a dicembre ne hanno parlato abbondantemente tutti i quotidiani, qualcuno a favore, altri decisamente contrari. Come del resto è successo nei telegiornali in funzione della propensione politica di chi li dirigeva, cioè da avversario o simpatizzante di Matteo Renzi, dei suoi programmi e promesse che possono piacere o meno. Concordare o contestare è normale, in democrazia. Purché si tengano presenti i problemi più gravi del Paese. Che dipendono, appunto, dalla crisi economica. Alla quale gli scioperi non giovano affatto, anzi la peggiorano. Fattore che pochi hanno sollevato.

Egidio Todeschini     

 

23.11.2014