Necessario aggiornare la Costituzione

Sarà la più “bella del mondo” ma ormai inadeguata ai tempi. Per ridare fiducia al popolo occorre dare più poteri al Capo dello Stato o al Premier

 

Che la maggior parte degli Italiani non si interessi più alla politica, lo dimostra l’astensione registrata nelle elezioni parlamentari di febbraio e nelle recenti amministrative. Il che sarà criticabile, dato che votare è un diritto, ma pure un dovere, però è l‘inevitabile conseguenza delle continue dispute tra politici e relative accuse reciproche, dell’eccessiva frantumazione partitica, dell’odio espresso, anche in termini volgari ed offensivi, nei confronti di questo o di quell’esponente istituzionale, della corruzione che impera, del costo che i partiti comportano, inaccettabile negli attuali tempi di crisi. Stando così le cose, c’è solo da augurarsi che la revisione costituzionale, preannunciata dal Capo di Governo, Enrico Letta, dia più ottimismo e maggiore speranza ai cittadini. Però già resi perplessi dalle polemiche e dai dissidi imperanti in merito. Ai quali si aggiunge anche la contrapposizione di chi, al semipresidenzialismo alla francese, richiesto da qualcuno, preferirebbe l’elezione diretta del Premier, come avviene in Germania, proposta da altri. Critiche ed opinioni diverse che potrebbero concorrere, per l’ennesima volta, ad un nulla di fatto.

In effetti, da più di 30 anni si parla di riforme costituzionali necessarie per il bene politico del Paese, senza comunque riuscire mai a portarle a termine: ci provò inutilmente, negli anni 60, Pacciardi; vi tentò di nuovo, nel '79,  Bettino Craxi che, per porre fine alla cronica instabilità dei Governi, propose un sistema presidenzialista che avrebbe dovuto dare agli elettori il potere di scelta del Presidente della Repubblica, ottenendo solo critiche dal Pci che lo accusò di voler reincarnare Mussolini. Non ebbe miglior risultato la riforma approvata, nel 2005, dalla maggioranza di centro-destra, che prevedeva, tra l’altro, la fine del bicameralismo perfetto, la riduzione dei parlamentari e più poteri al Capo di Governo. Fu, infatti, sottoposta a referendum confermativo e bocciata da oltre 15 milioni e 470 mila votanti, convinti dai sinistrorsi che ciò avrebbe portato ad un “sistema autoritario”. A dimostrazione del loro ignorare - o fingere d’ignorare - che la più antica e la più solida democrazia del mondo, quella statunitense, sia nata e cresciuta presidenzialista; e che di tutto si può accusare la Germania di oggi, ma non certamente di essere tirannica nei confronti dei Tedeschi. Il semipresidenzialismo francese, voluto da De Gaulle (e sottoposto a referendum) nel 1962 per arginare l'instabilità politica della Quarta Repubblica, riconosce sì, al Capo di Stato, ampi poteri, ma solo se questi e la maggioranza parlamentare, da cui dipende la formazione del governo, risultano dello stesso partito. Altrimenti la Francia ritorna ad essere “parlamentare”, con poteri suddivisi tra Parlamento, primo Ministro e Presidente della Repubblica, anche se a quest’ultimo rimane la competenza sugli affari Esteri e le politiche di Difesa, essendo a capo delle Forze Armate (e della Magistratura), oltre che il diritto di proporre leggi, indire referendum ed esercitare il potere esecutivo insieme con il primo ministro.

Stando così le cose, c’è da chiedersi perché alcuni esponenti della sinistra e del Movimento 5Stelle siano tanto contrari al punto da esprimere pareri incongrui, primo fra tutti quello in base al quale gli Italiani “non sono pronti” a eleggere direttamente il Capo dello Stato o del Governo. Probabilmente temono di veder eleggere l’odiatissimo Silvio Berlusconi, ma sottovalutano il fatto che ogni scioglimento anticipato del  Parlamento comporta un aumento della spesa pubblica, anche perché un Premier praticamente privo di autorità decisionale non sempre riesce ad affrontare i problemi economici del Paese, a mantenere le promesse fatte in campagna elettorale e limitare la frammentazione partitica e le diatribe tra i partiti, dalle quali spesso derivano incrementi del debito pubblico. Da cui dipende pure quell’antipolitica che oggi impera in Italia e che porta all’astensionismo. Inutile negarlo, l'instabilità genera costi riducibili solo con una riforma congrua della Costituzione, che preveda, oltre alla nomina elettorale del Presidente della Repubblica o del Primo Ministro, entrambi dotati di più poteri, la riduzione dei Parlamentari e l’abolizione del bicameralismo perfetto e delle costosissime Regioni a statuto speciale. Una elezione diretta che garantirebbe la stabilità governativa, il rispetto del mandato elettorale e, soprattutto, la riduzione di quei ricatti che hanno portato a concedere benefici ai politici, quindi ad incrementare quel debito pubblico che è il risultato inevitabile della fragilità istituzionale. Non a caso Pietro Calamandrei, nel 1947, propose alla Costituente il presidenzialismo ritenuto necessario per “porre fine allo spirito di quel parlamentarismo degenerato che ha dato origine al fascismo”.

Certo, come appuriamo dalle cronache, anche la Francia e la Germania subiscono gli effetti penosi dell’attuale crisi, tuttavia in maniera meno opprimente e con minore disoccupazione, soprattutto giovanile. Il semi presidenzialismo o l’elezione del “sindaco d’Italia”, alias del Premier, non è un toccasana assoluto. Non rappresenteranno le priorità, ma sono necessarie per eliminare le incertezze, i lunghi tempi parlamentari, i tanti scambi di favori e quegli insulti reciproci che hanno danneggiato l’economia e la reputazione nazionale. Toccherà ai parlamentari e alla Commissione di esperti voluta da Enrico Letta decidere se optare per il sistema alla francese o per quello germanico. Ma c’è da augurarsi che non si arresti, malgrado i tanti pareri contrari, la modernizzazione delle Istituzioni e del Paese. Perché solo così si potrà ottenere la rinascita della Penisola.

Egidio Todeschini

13.6.2013