Sinistra in frantumi ma divisi si perde

Come dimostrano le elezioni in Sicilia. Previsioni nere anche per le

politiche del 2018. Occorrono persone valide e unità di programmi

 

 

Certo, “il segreto del successo è scegliere i collaboratori giusti”, come espresso, riferendosi all’imprenditoria, dal sociologo e giornalista Francesco Alberoni. Regola che, però, non basta per ottenere una vittoria nelle elezioni politiche nelle quali i Partiti devono candidare persone valide ma, soprattutto, non presentarsi con più sigle. Come successo recentemente in Sicilia dove ha votato solo il 46,76% degli aventi diritto, il 18,65% dei quali, cioè 388.886 persone, per la sinistra.

Carenza certamente dovuta al diffuso malcontento lasciato dal Governo fallimentare di Rosario Crocetta, ma probabilmente anche per le diverse correnti della Sinistra presenti sulla scheda. Tra le quali quella di Giuseppe Fava, del partito “I cento passi“ che, nella campagna elettorale, si fa beffe degli attacchi del sinistrorso “Partito della Nazione”, sconfitto, il 4 dicembre 2016, nel referendum voluto da Matteo Renzi, ora anche in Sicilia.

In effetti, su alcune materie i politici del Pd spesso hanno opinioni diverse, a volte talmente opposte da spingerli a formare un altro partito, come hanno fatto Bersani e D’Alema. Ne è conseguita la nascita di: Centristi per l'Europa (CpE), Centro Democratico (CD), Democrazia Solidale (Demo.S), Direzione Italia (DI), Fare! e di quella Sinistra Italiana (SI), sorta dalla fusione di SEL (nata da Rifondazione Comunista) con i Parlamentari fuoriusciti nel 2015 e guidati da Stefano Fassina. Squadra, quest’ultima, che non appoggia Gentiloni ed ha votato contro la manovra economica. Ne è segretario Nicola Fratoianni, ex dirigente dei Giovani Comunisti.

Pur avendo opinioni molto simili a quelle di Sinistra Italia, c’è anche Possibile, gruppo fondato da Pippo Civati, deputato ed ex candidato alle primarie del Pd, nato nel giugno del 2015, un mese dopo l’uscita di Civati dal PD, in quanto non d’accordo con alcuni provvedimenti approvati dal governo Renzi, tra i quali l’Italicum e il Jobs Act. Formazioni che probabilmente si alleeranno alle prossime elezioni e che hanno votato spesso contro il Governo Gentiloni. Alle quali si aggiunge il movimento Campo Progressista, fondato da Giuliano Pisapia, ex Sindaco di Milano.

Che ha detto di tendere alla “creazione di un nuovo Ulivo, cioè di un’alleanza di centrosinistra il più ampia possibile”. Formazione alquanto moderata, favorevole a Gentiloni, ma ambigua su alcuni temi dibattuti in queste settimane. Non bastasse, a febbraio è nato Articolo 1 - Movimento Democratico e Progressista (MDP), formato da alcuni fuoriusciti dal PD, tra i quali l’ex segretario del Partito, Pier Luigi Bersani, non ostile al Governo Gentiloni nei cui confronti ha una posizione più attenuata.

Una frantumazione della Sinistra nazionale i cui programmi politici alquanto diversi non permettono per ora la “grande alleanza” auspicata da alcuni dirigenti e, soprattutto, dagli elettori che, di conseguenza, preferiscono non votare. Specialmente quelli ai quali non piace il provvedimento del Ministro dell'Interno, Marco Minniti, per ridurre i flussi migratori dalla Libia. Opinione considerata una “svolta antiumanitaria” che spingono i suoi intransigenti colleghi di partito a definirlo “un nemico da combattere”.

A questi ultimi si conforma anche la Bonino, leader dei Radicali, la quale giorni fa ha definito “inaccettabile” l'accordo con la Libia per fermare gli sbarchi e minacciato di non effettuare l’alleanza con il Pd, se non si riapre “la strada alle Ong nel Mediterraneo”, perché il calo dei flussi migratori dipende dal fatto che “ne muoiono di più e perché ne rimangono di più nel grande buco nero dei centri di detenzione”. Opinione condivisa dal Presidente del Pd, Matteo Orfini, che ritiene necessario “aggiustare la linea” dell’Esecutivo sui migranti. Cui di aggiungono il Senatore Luigi Manconi e Massimo D'Alema secondo il quale Minniti non avrebbe compreso che l'immigrazione dà luogo una “grande questione politica”.

Una Sinistra in frantumi, quindi, che Paolo Gentiloni cerca di reintegrare, ricordando che “l'Italia è l'unico Paese che ha una politica sui fenomeni migratori decente, in Europa… Non alziamo muri e non chiudiamo porte, lavoriamo per combattere i trafficanti”.

Disaccordi sono in corso anche sul tema dello Ius Soli, cioè sulla cittadinanza da attribuire, a determinate condizioni, agli stranieri nati in Italia. Legge ora approvata che aveva spinto il sottosegretario agli Esteri, Benedetto Della Vedova, a dire che “bisogna fare uno sforzo in questo fine legislatura perché non si areni”.

Tanti dissidi e divisioni che rendono, alle prossime elezioni, difficile la vittoria di quella “Sinistra nel caos”, come è stata definita dal quotidiano inglese The Guardian, che, secondo il sondaggio realizzato da Index Research, potrebbe al massimo ottenere il 17% dei voti, se sulla scheda elettorale rimangono le attuali diverse sigle. Tanto numerose da spingere gli elettori a non votare.  E quindi a far vincere il Centrodestra e i Grillini.   

Egidio Todeschini