Il problema delle classi con tanti stranieri

I genitori italiani si ribellano e chiedono di spostare i figli altrove. Non per razzismo ma piuttosto perché ciò frena l’istruzione

 

Il MIUR (“Ministero Istruzione Università e Formazione artistica e musicale”), in prossimità della ripresa scolastica in Italia, ha pubblicato una nota, aggiornata al 10/9/2013, su classi, alunni e personale docente nelle 41.483 scuole delle Regioni italiane, con l’esclusione della Valle d'Aosta e del Trentino Alto Adige. Vi si legge che, dei 7.878.661 milioni di studenti, circa il 10% sono stranieri. Il che non sorprende, stante il notevole incremento dell’immigrazione nella Penisola, che ha comportato, in un decennio, la crescita di forestieri nelle aule: ben 736.654, ormai, 57mila dei quali negli ultimi 2 anni. Un aumento a cui, però, corrisponde la diminuzione degli istituti scolastici, a seguito della riforma Gelmini che, 5 anni fa, aveva ridotto il numero degli insegnanti e, quindi, delle classi. Dove non doveva esserci più del 30% di stranieri. Decisione legislativa contestata dalla sinistra e, soprattutto, oggi ben poco osservata, se all’istituto per ragionieri Dagomari di Prato nelle aule si contano due matricole italiane e 20 cinesi che, spesso, parlano solo la loro lingua; anche a Landiona, in provincia di Novara, gli stranieri prevalgono; idem nel Veneto, a Mestre e nel Bergamasco: a Costa Volpino, ad esempio, nell'unica prima elementare c’erano solo 7 bambini italiani, mentre gli altri 14 iscritti avevano quattro diverse nazionalità (Marocco, Albania, Bosnia e Romania).

Casi segnalati nel Nord Italia, ove i corsi scolastici iniziano prima, ma che si riscontrano, più o meno, in tutto il Paese dove vivono bambini e ragazzi magari nati in Italia, ma della cui cultura e lingua sanno ancora ben poco. Il che, indubbiamente, fa abbas­sare la qua­li­tà e la velocità d’insegnamento. Uno stato di fatto che si allarga a macchia d’olio, facendo moltiplicare le proteste dei connazionali. I quali chiedono il cambio di classe o iscrivono i figli in altre scuole, spesso in quelle private, molte delle quali rette da religiosi. Non a caso, dal 2004 al 2011, queste hanno registrato nelle grandi città, soprattutto a Milano, il cospicuo incremento del 10% di studenti, ora diminuito a causa della crisi economica. Prese di posizione che non è giusto definire frutto di becero razzismo. Piuttosto sono dettate dal timore che la didattica proceda lentamente a causa dell’ostacolo della lingua. Certo, l’integrazione e la multiculturalità sono valori innegabili che, però, necessitano di regole e di tempi. Inutile negare che, se in una classe più della metà degli studenti non parla l’italiano, i docenti saranno obbligati a ripetersi, a rallentare gli insegnamenti ed a diluire l’attività pedagogica. Dividerli in più classi, invece, renderebbe più semplice il lavoro dei professori e, nel contempo, aiuterebbe gli stranieri ad integrarsi prima e meglio.

  Al suddetto ragionamento logico ne va aggiunto uno culturale. Qualsiasi gruppo, religioso o etnico che sia, quando si trova in un ambiente estraneo tende a chiudersi su se stesso. Anche gli emigranti italiani crearono, nei Paesi che li ospitarono, comunità locali per conservare lingua e tradizioni. Comportamento comprensibile, ma che poteva ritardare l’integrazione, tuttavia facilitata dalla somiglianza della cultura politica, etica e sociale. Non così per ora nel nostro Paese dove, a causa delle guerre civili che sconvolgono gli Stati arabi, Siria ed Egitto in particolare, aumenta sempre di più la quotidiana immigrazione di Musulmani, cioè di persone che, in genere, tendono a difendere ad ogni costo le proprie tradizioni, i costumi, le divergenze sessuali e la religione. Certo, ci sono bambini stranieri che hanno acquisito, specialmente se nati sul nostro territorio, lingua, costumi e cultura nazionali. Però ci sono anche comunità straniere che restano, per convinzione o per fede, piuttosto chiuse e diverse. La loro eccessiva presenza nelle classi non favorisce l’integrazione e la loro ignoranza dell’italiano obbliga a rallentare la didattica, a danno degli alunni italiani o italofoni. Per questo dalla Gelmini fu imposto il tetto del 30% di alunni extracomunitari per classe.

Limite già previsto dalla legge Turco-Napolitano del ’98 la quale stabiliva che “in una classe non ci può essere una componente predominante di alunni stranieri”. Non solo per non rallentare eccessivamente i tempi di insegnamento, ma soprattutto, per favorire la conoscenza tra i bambini, con conseguente nascita di amicizie, di aiuti reciproci e di incontri con le rispettive famiglie. L’unico modo per favorire l’integrazione è conoscere le rispettive usanze nazionali, imparare l’italiano ed apprendere il patrimonio culturale dell’Occidente. Certo, uno straniero nato in Italia può già parlare la nostra lingua, quindi il limite del 30% può essere innalzato. Ma ciò non basta per promuovere l’integrazione, garantire istruzione e formazione adeguate e, magari, poi chiedere ed ottenere la cittadinanza. Che si può acquisire, nonostante gli occhi a mandorla, la pelle nera e le differenti confessioni religiose, solo se si osservano le leggi, le consuetudini e le tradizioni del Paese. E, soprattutto, se si osservano i principi fondamentali dell’uguaglianza dei sessi e della parità dei diritti.

Egidio Todeschini

22.9.2013