L’edilizia impazza e la Natura si ribella

Troppe costruzioni tolgono terra all’agricoltura e provocano disastri. Fenomeno non solo nazionale. E così aumenta anche la fame nel mondo

 

Immersi come siamo nelle cronache quotidiane che parlano di delitti, di stragi e di polemiche politiche, a molti sfugge il problema, che riguarda l’Italia ma non solo, relativo alla costante riduzione dei terreni agricoli e quindi della produzione di beni alimentari. Fenomeno cui concorrono fattori naturali, quali siccità, piogge eccessive, terremoti, alluvioni, eccetera, ma anche le incongruenze che spingono ad edificare in maniera eccessiva o a sfruttare i terreni per scopi puramente economici.

Certo, la carenza idrica di questa estate ha notevolmente ridotto la produzione mondiale di mais, grano e soia, comportando un aumento del prezzo, a danno degli abitanti nei 100 Paesi desertici del continente terrestre e di chi patisce l’imperante crisi economica. Ma sulla scarsità di raccolti e sulla miseria delle popolazioni incide anche, direi soprattutto, l’ingordigia dell’uomo. Se, in Italia, gli incendi dolosi hanno contribuito a peggiorare la situazione, non è stata da meno la smania di guadagno di quelle imprese che, in alcuni Stati, soprattutto africani, hanno fatto allontanare migliaia di contadini dai loro poderi, distrutto le coltivazioni originali - banane, manghi, avocado, fagioli e cereali - per piantarvi pini ed eucalipti, alberi che intensificano la produzione di legname, quindi d’incassi. O hanno dato alle fiamme interi villaggi e relativi terreni agricoli per fare posto a piantagioni destinate a produrre i biocarburanti che permetterebbero alle auto di emettere meno anidride carbonica, sottraendo, però, terreni all'agricoltura. Assurdità alle quali va aggiunto il nefasto clima politico degli Stati retti da tiranni, in particolare la Cina che ha comperato 3 milioni di ettari di terreni agricoli nelle zone dove già esiste miseria e fame, per costruirvi alberghi o industrie manifatturiere, incrementando il numero di chi emigra o muore.

La riduzione del suolo agricolo, effettuata per costruire case, industrie, strade o grandi arterie autostradali, non è mancata neppure in Italia. Aberranti alcune statistiche riportate dal dossier Terra rubata–Viaggio nell’Italia che scompare: voluto dall’Università degli studi dell’Aquila e promosso dal Fondo ambiente italiano (Fai) e dal Wwf, ha effettuato uno studio in merito su Umbria, Molise, Puglia, Abruzzo, Sardegna, Valle d’Aosta, Lazio, Liguria, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, cioè sul 44% della superficie nazionale, dal quale si appura che, in queste Regioni, il territorio agricolo è diminuito di quasi 8.500 ettari all’anno.

Una cementificazione selvaggia di 75 ettari al giorno, che ha ridotto il turismo e che, secondo una stima di Confagricoltura, costringerebbe circa 600 mila aziende a cessare le attività. Cui contribuisce sia la mancanza di un’opportuna pianificazione delle infrastrutture, sia l’abusivismo. E’ vero che il settore edilizio è molto importante per l’occupazione, se dà lavoro a 8/10 milioni di persone, cioè al 14/17% della popolazione. Ma va a danno dell’ambiente naturale e della produzione agricola, con ciò che ne consegue in termini di salvaguardia dei territori, soprattutto nelle aree a rischio idrogeologico - lungo le coste marittime o i fiumi -, ove si ripetono infatti le esondazioni dagli esiti tragici, come quella che ha colpito qualche mese fa le Cinque Terre, ed aumenta la disoccupazione degli agricoltori. Un’impennata degli ultimi trent’anni che ha procurato la scomparsa di milioni di ettari di superfici in gran parte agricole, ma appartenenti anche ad altre categorie, per essere destinate ad edifici, parcheggi, strade o altro. Costruzioni che l’opinione pubblica nazionale non ha rilevate né contestate, ma che hanno avuto nefaste conseguenze di ordine climatico, alimentare, eco sistemico e paesaggistico.

Basta rifarsi ai dati statistici, peraltro non sempre recenti, per rendersi conto della gravità della situazione. Secondo l’Istat, le strade provinciali, nazionali ed autostrade coprivano già, nel 2005, quasi 200.000 km di territorio (dato dell’ISTAT), ai quali va aggiunta la rete stradale comunale e rurale, che farebbe aumentare il dato ISTAT ad un valore forse triplo. Se non di più. Una situazione territoriale che si aggrava, se si pensa che, mentre la popolazione italiana, immigrati compresi, tra il 1991 e il 2001 è passata da 56.778.000 abitanti a 56.996.000, l’incremento del territorio urbanizzato ha comportato la perdita di 3 milioni di ettari di quello agricolo, la riduzione del 32% delle aziende, soprattutto individuali, e il relativo incremento della disoccupazione del 14,1%. Il che, certo, non aiuta a superare la crisi. Che si aggrava con le imposte, in previsione delle quali molti Enti locali continuano a spendere per realizzare strade e case, invece che aiutare a produrre riso, grano e proteine. Con i quali si potrebbe, tra l’altro, alleviare la fame del Terzo Mondo.

Problema, questo, di buona parte dell’Europa che ha spinto la Commissione Europea a prescrivere di “non edificare più su nuove aree”, anche FAI e WWF si augurano che finalmente la politica ne prenda coscienza. Soprattutto in Italia dove, per Costituzione, gli interessi della proprietà privata non dovrebbero annullare quelli della collettività. A tal fine, Monti ed il Ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali hanno emanato un provvedimento che dovrebbe garantire l’equilibrio tra terreni agricoli e zone edificate ed arrivare, quindi, a un diverso modello di sviluppo più sostenibile e umano. Inevitabile, altrimenti, la trasformazione dello Stato in un Paese di cemento, sottoposto al rischio di frane ed alluvioni. A fare le spese dei quali sono soprattutto i cittadini.

Egidio Todeschini

6.10,2012