Continuano le violenze su donne e bambini

A dispetto delle quote rosa il maschilismo perdura in Italia e all’estero. A farne le spese anche i giovani . A volte militarizzati o usati come scudi

 

Avranno anche ragione, il giornalista Beppe Severgnini e la psicologa Giulia Valerio, a sostenere che il femminicidio e l’infanticidio sia antichissimo e che l’unica differenza consista nel fatto che oggi se ne parli di piú. Certo, non è fenomeno attuale, quello degli atti di sopraffazione su donne e bambini. Ma sconcerta appurare che tali violenze esistano ancora in Italia e in altri Paes, occidentali o meno. Ancora più inaccettabile negli Stati cosiddetti democratici ove ci si vanta di aver finalmente riconosciuto la parità dei sessi ed i diritti dei minorenni, ma dove si uccide ancora per follia, passione, gelosia: dice niente che, in Italia, secondo un’indagine dell'Istat del 2009, un milione e duecentomila impiegate siano state vittime di molestie sessuali da parte dei colleghi? E che, in una decina d’anni, un milione di donne, anche minorenni, siano state aggredite, stuprate e poi uccise, spesso dal coniuge o dal compagno, connazionale e, più spesso, straniero, magari alla presenza dei figli? I quali, secondo la psicologa Augusta Pozzi, ne rimangono “segnati a vita. Tecnicamente sviluppano la sindrome dei bambini violati: paura, di tutto e di tutti”. Una tragedia che, secondo il rapporto di Save the Children del 2011, nel nostro Paese coinvolge 400 mila bimbi ogni anno, oltre a quelli, numerossimi, massacrati di botte per “punirli” o fatti fuori per fare un dispetto alle loro madri. Perché l’uomo spesso li considera come qualcosa che gli appartiene e di cui non sopporta la perdita. Uno scandalo aggravato, nella Penisola, dalla lentezza della Magistratura, dalla mancanza d’interesse dei governi, anche se, da qualche anno, sono moltiplicate le iniziative volte a prevenire tali violenze.

Purtroppo trattasi di un’aggressività che non conosce latitudini, anzi si aggrava, fino a rasentare il livello stragistico, nel mondo orientale e nei Paesi dove c'è guerra, povertà, ignoranza ed odio razziale o religioso. Oggigiorno soprattutto in Siria: qui il numero dei morti, in prevalenza donne e bambini, cresce quotidianamente; decine di maschietti tra gli 8 e i 13 anni sono usati come scudi umani, messi dinanzi ai finestrini degli autobus che trasportano il personale militare, poi stuprati ed uccisi. Sono circa 1.200 i bimbi fatti fuori nei 15 mesi di rivolta contro il regime di Bashar al-Assad. Un orrore che fa dire a Radhika Coomaraswamy, rappresentante speciale dell’ONU per i bambini nei conflitti armati: “Raramente ho visto tanta brutalità come in Siria, dove ragazzi e ragazze sono stati arrestati e giustiziati”. E che spinge il dottor Aba al Baraa, medico di Homs, a supplicare l’Occidente di aiutarlo e di portare aiuti alla popolazione civile, feriti compresi “che non è più possibile soccorrere”. Soprattutto d’intervenire per porre fine a tale tragedia. Provvedimento finora non attuato perché contrario agli interessi ed ai desideri di Russia e Cina che così si rendono responsabili di tali stragi. Ma anche perché, come ha spiegato Sergio Romano sul Corriere della Sera, un’operazione militare sarebbe più complicata di quella condotta contro la Libia, in quanto la contraerei siriana è molto più temibile di quella libica ed il Paese è maggiormente popolato (più di 22 milioni). Motivi ai quali si aggiunge la mancanza, in quello Stato, del petrolio che spinse la Francia ad intervenire contro Gheddafi.

L’eliminazione del tiranno non comporta sempre l’avvento di una democrazia: basti pensare a quanto successo in Iran, in Iraq o nella stessa Libia. Ma serve poco affermare, come recentemente hanno fatto il presidente americano Obama e quello russo, Putin, che “il popolo siriano deve avere l'opportunità di scegliere in modo indipendente e democratico il suo futuro”. Perché, se prevalesse un regime islamico fondamentalista, donne e bambine sarebbero ancora oppresse e torturate. Come succede in India, “lo Stato peggiore in cui nascere donne”, come si legge nell’indagine della Thomson Reuters Foundation sui Paesi del Gruppo dei 20, realizzata da 370 specialisti e resa pubblica in previsione del G20 in programma in Messico nei giorni scorsi. Da essa risulta che, in fondo alla classifica, ci sono Messico, Sud Africa, Indonesia, Arabia Saudita e, appunto, India dove, secondo il sito Shemeer Padinzjharedil che documenta i crimini contro le donne, “è un miracolo che una donna sopravviva. Ancora prima di nascere ha molte probabilità di essere abortita, a causa dell'ossessione diffusa di avere figli maschi. Se ce la fa, corre il rischio di subire abusi domestici, di essere stuprata, costretta a sposarsi da bambina o uccisa per la dote”. In 30 anni sono state sottoposte ad aborto selettivo 12 milioni di bimbe; il 45% delle indiane è costretta a sposarsi prima dei 18 anni di età; ed al marito è riconosciuto il diritto di picchiare la moglie. Non va meglio nei Paesi meno evoluti dove sono coinvolti nel lavoro minorile 215 milioni di bambini, più della metà dei quali costretti a schiavitù sessuale ed alla guerra. Una violenza, oggi maggiormente grave a causa della sempre più giovane età delle “vittime” e dei “carnefici”, che uccide la società. Un contesto sul quale non possiamo più chiudere gli occhi e che richiede una presa di coscienza a livello politico e sociale. Il femminicidio e l’infanticidio si possono, anzi si devono fermare, perché un Paese che consente la morte delle donne e dei bambini si allontana dalla civiltà. E rende i Governi complici di tali barbarie.

21.6.2012, Egidio Todeschini