Troppe violenze e femminicidi nel mondo

Certo anche le donne feriscono o uccidono ma con frequenza ben minore.

I dati drammatici di un’indagine Istat. L’aumento delle pene non basta

 

 

Ho già trattato altre volte questo argomento perché ritengo inaccettabile la violenza, fisica o morale, su donne e bambini, che continua nonostante gli sforzi dell’Onu per frenarla ed opporsi alle opinioni religiose e culturali che le alimentano. Un impegno che non ha avuto il successo sperato né ha risolto il problema, dato che le cronache divulgano in continuità notizie di uccisioni e stupri di mogli, amanti e ragazze, compiute a volte dopo anni di violenze.

Tali criminalità hanno spinto l’Organizzazione Mondiale della Sanità a dire che, nel mondo, la prima causa di morte delle donne tra i 16 ed i 44 anni è l’omicidio compiuto dal coniuge, dal compagno o dal fidanzato. E, nel 2014, a fare approvare in Italia la legge per punire le violenze, il femminicidio ed il matrimonio imposto con minacce soprattutto dai Mussulmani. Senza però riuscire a ridurli nella nostra Penisola e neppure in altri Stati, Svizzera compresa.   

Brutalità e prepotenze il più delle volte messe in atto nell’ambiente familiare dove i mariti o padri, convinti di essere padroni assoluti e quindi di poter fare ciò che vogliono,  minacciano e maltrattano, fisicamente e psicologicamente, le mogli e le figlie, queste ultime spesso sottoposte a molestie sessuali, a ricatti, a matrimoni forzati o anche a mutilazioni genitali. Malvagità ed abusi che spesso rimangono ignorati. Anche perché chi li ha subìti non sempre espone una denuncia per paura di essere “punite”, quindi ancora maltrattate, o di conseguirne danni “all’integrità psicologica”.

Solo alla fine del secolo scorso sono stati creati, a Bologna e a Milano, i Centri Antiviolenza per ospitarle e curarle, ai quali poi se ne sono aggiunti altri, riuniti nella “Rete nazionale dei Centri antiviolenza e delle Case delle donne”. Istituzioni che probabilmente hanno contribuito all’indagine dell’Istat, eseguita il 21 giugno di quest’anno, dalla quale risulta che “nel corso della loro vita, sette milioni di donne hanno subito” violenze domestiche, atti persecutori, insulti verbali e 11 stupri al giorno, 1534 dei quali effettuati da italiani e 904 da stranieri. Oltre il 43,8% di esse ha sofferto - secondo l’Istat, - lo stupro in luoghi “familiari”, cioè a casa della vittima o di amici e parenti, l’11,8% in automobile, il 9,9% al lavoro, il 28,8% in strada, il 4,3% in un parco pubblico, in un giardino o al mare, e il 5,9% in un locale pubblico. Il 24,2% delle donne abusate nel corso della vita e il 29,4% di quelle che lo sono state negli ultimi tre anni hanno subìto più volte violenze dalla stessa persona.

Misfatti che perdurano, benché in leggero calo rispetto agli anni precedenti, ma che dimostrano quanto il reato sia ancora diffuso. Tanto da rendere necessarie le reazioni giudiziarie, culturali ed educative per far comprendere che uccidere o violentare una donna, nei confronti della quale si provano o si sono provati sentimenti amorevoli, non è solo un reato punibile. E’ soprattutto la prova di un’inferiorità psicologica e affettiva.

La maggior parte di chi violenta o uccide ha almeno 31 anni e non supera i 40, mentre le vittime oscillano tra i 18 ed i 30, anche se recentemente sono state uccise donne che oltrepassavano i 71 anni. In genere, le vittime e gli assassini sono italiani, il 63,8% dei quali sposati o conviventi, il 12% fidanzati. Un legame sentimentale interrotto, nel 24% dei casi, prima dell'omicidio.  

Nella maggioranza le cause sono per gelosia e per motivi economici che, secondo quanto rilevato dall’Istat con l’aiuto del Ministero della Giustizia, spingono ad usare un coltello con cui ferire, oltre il 40% dei casi, quasi mai con un solo colpo mortale.

I dati drammatici che oggi l’Istat ha pubblicato sulla violenza sessuale alle donne, in Italia… sono la spia del valore che una parte consistente della nostra società dà alla donna“. Lo ha dichiarato la deputata Laura Cima commentando l’indagine Istat. Crudeltà che hanno spinto il Parlamento ad approvare il decreto legge contro il femminicidio, come previsto dalla Convenzione di Istanbul. La normativa prevede un aumento delle pene e dei provvedimenti protettivi, quali l’arresto obbligatorio per i reati di maltrattamenti in famiglia e stalking, cioè ogni forma di persecuzione fisica e psicologica.

Crimini che consentono alla polizia giudiziaria di fare allontanare l’indiziato da casa e di vietargli di avvicinarsi ai luoghi frequentati dalla persona offesa. Possibilità permesse dal fatto che chi è stato mandato via dall'abitazione familiare sarà controllato grazie ad un braccialetto elettronico e, in caso di stalking, mediante intercettazioni telefoniche. Un inasprimento delle pene è previsto se i maltrattamenti avvengono in presenza di minori e contro le donne incinte. Ma questo non basta certo a migliorano la vita delle abusate.

Egidio Todeschini