L’inganno delle “frontiere aperte”

Di fronte all’immigrazione dal Terzo Mondo tre posizioni contrastanti ma poco realistiche. Un problema di difficile soluzione  

  Un paio di settimane fa il Presidente Ciampi ha auspicato la semplificazione delle norme per la naturalizzazione degli immigrati in Italia, pur ponendo alcune condizioni inderogabili, quali la conoscenza dell’italiano e la “condivisione dei principi della Costituzione”. Le sue parole hanno trovato il consenso trasversale dei nostri politici, con la scontata eccezione leghista. A prova di una notevole apertura – non infranta dalla paura del terrorismo – verso lo straniero che arriva, lavora, si integra ed è rispettoso delle norme vigenti. Disponibilità legata al ricordo della nostra emigrazione dei decenni passati ed alimentata dall’innegabile influenza del mondo ecclesiastico ma anche da quell’umanità solidale che ci caratterizza e che gli stessi stranieri riconoscono ed apprezzano. 
  Il che però sembra contrastare con la diffusa insofferenza nei confronti dei continui sbarchi di clandestini, benché mitigata dalla pena che donne e bambini suscitano. Insofferenza, però, dettata non da razzismo e da pregiudizi, piuttosto dalle frequenti pretese di una parte della comunità musulmana, che vorrebbe mantenere in Italia i propri usi, compreso il velo o burqa delle donne o le scuole arabo-islamiche per gli studenti, e dal pressoché quotidiano scontro con la micro o macro criminalità di chi, essendo clandestino, non ha altra risorsa, per sopravvivere, se non quella di darsi alla delinquenza.    Il problema, in effetti, si pone e non è da poco. S’ipotizza che nel nostro Paese ci siano circa 800.000 clandestini, a fronte dei 2,6 milioni di regolari. Non solo: la Corte dei Conti rileva che, dei 106.000 rintracciati e muniti di foglio di via, ben 41.000 risultano ancora presenti sul territorio nazionale. Non è un caso se gli stranieri rappresentano il 31,3% dei detenuti nelle nostre galere (da un’indagine dell’Istituto Cattaneo), la maggior parte dei quali (ben 27,5%) per spaccio di droga. 
  A tale complessa emergenza si tende a dare soluzioni opposte. C’è chi sostiene la tesi “frontiere aperte”, motivandola con il modello Usa (che però ha una densità di popolazione di 30-40 abitanti per Kmq, contro la media europea, che oscilla tra i 114 e i 117, e quella italiana - dati Istat - che ormai supera i 189 residenti per kmq); oppure con l’illusoria propensione per una società multietnica; oppure con l’invito alla solidarietà, per carità cristiana e magari per calcolo politico; oppure (vedi Kofi Annam) come ripiego alla denatalità italiana ed europea, quindi alla quanto prima notevole carenza di mano d’opera. 
  Padre Pietro Gheddo, invece, forte della propria esperienza missionaria, rileva che la miseria di certi Paesi, in gran parte musulmani, dipende dalla “scarsa educazione ed evoluzione” dei cittadini locali che ancora non hanno imparato “a coltivare la terra”. E questo a causa dei conflitti sociali e guerre civili che li dissanguano (vedasi Sudan, Nigeria, Congo, Angola ed altri), del baratro di arretratezza in cui sono andati via via scivolando, del dispotismo e corruzione dei Governi, con conseguenti risorse sprecate ed arricchimenti illeciti. Ne conclude – e non è il solo – che l’unico rimedio è portarvi tecnologia, scuole, servizi e soprattutto democrazia.  
  Da parte sua, il mondo imprenditoriale, agricolo e industriale, in perenne ricerca di manodopera, pur accettando il principio legislativo italiano dei permessi concessi in base ad un contratto di lavoro, tende ad ottenere dalle autorità la semplificazione delle procedure di regolarizzazione ed un aumento delle quote d’ingresso. Forse calcolando più i vantaggi a breve termine che non i costi a tempo differito. 
  Difficile dire dove siano verità e saggezza. Perché, al contrario degli Stati Uniti, l’Europa è già, per storia e per tradizioni, un crogiuolo di  nazionalità e culture diverse, che fanno fatica a comprendersi ed accettarsi reciprocamente, pur avendo tutte o quasi le stesse radici cristiane. Perché è facile pensare di esportare la democrazia ma spesso è problematico il farlo. Perché finora gli aiuti economici forniti dalle Organizzazioni umanitarie o politiche sono andati a finire più nelle tasche di qualche potente, magari anche criminale, che non ai poveri cristi ai quali erano destinati. Perché l’Europa e l’Italia non possono accogliere nel loro angusto territorio i potenziali 818 milioni di Africani che bussano alle porte.

  Quindi è altrettanto difficile mettere in atto una politica che sia al contempo realistica e rispettosa del principio, umano oltre che cristiano, della solidarietà. E’ significativo, in tal senso, che l’Unione Europea non sia riuscita a tutt’oggi ad imporre ai suoi membri regole comuni, anche se spinge a combattere l’immigrazione illegale e a sostenere quella regolare, sollecita ad evitare discriminazioni di sorta, ad aiutare gli stranieri ad integrarsi, per favorire la pacifica convivenza. Certo, su sollecitazione del Governo italiano, ha tolto l’embargo alla Libia da dove arrivano i barconi dei disperati. La stessa cosa hanno fatto gli Stati Uniti.
  Tuttavia, se per firmare un accordo occorre solo buona volontà, per renderlo invece concreto ci vuole tempo, denaro e cooperazione. Bloccare gli arrivi clandestini sarà già un successo, anche se non immediato (mentre scrivo altri 500 sono approdati a Lampedusa). Il problema umano di quella povera gente, che vorrebbe sfuggire alla miseria e alle iniquità dei loro Paesi nella speranza, così, di sopravvivere, rimane. Minimizzarlo o fingere di annullarlo con l’illusione delle frontiere aperte sarebbe solo un crudele inganno. E forse anche un tragico errore per l’Europa. 
            

2.10.2004                                                                                                                                            Egidio Todeschini