Meglio un figlio adottato che fatto in provetta

Le assurdità di tempi tecnici e vincoli burocratici che non tutelano affatto gli interessi dei minori. Necessità di una nuova legge più responsabile

La recente riflessione del Papa in occasione del Giubileo delle famiglie (l'adozione è "un vero esercizio di carità che guarda al bene dei piccoli prima che alle esigenze dei genitori") mi suggerisce un commento che poggio su tre "storie" vere.

La prima ha protagonista una coppia, sposata e benestante, che vive in armonia il legame coniugale. Un solo cruccio, non avere figli ai quali dedicarsi. La sentenza della Natura matrigna è inesorabile: sterilità. I due sposi, cattolici osservanti, accettano la volontà del Signore ma non rinunciano alla gioia della famiglia. Non ricorrono all'inseminazione artificiale, che per coerenza religiosa rifiutano, pensano all'adozione: sentono che il dono di sé che intendono fare non è, come dice il Pontefice, "condizionato da parametri genetici". Fanno domanda e cadono nella rete inestricabile della burocrazia creata per legge "per tutelare il bambino". Passano gli anni, la pratica avanza con lentezza disperante, il "bambino da tutelare" è già fanciullo e non ha ancora i genitori. Neppure l'adozione internazionale soccorre, ad un certo punto entra perfino in conflitto con quella italiana. L'ultima parola spetta, inesorabile, al tempo: il sogno dell'adozione si smaterializza nei raggiunti limiti d'età.

La seconda storia è altrettanto drammatica e viene dalla cronaca. Il Tribunale dei minori affida a due coniugi una bambina. E' orfana, ha pochi mesi di vita, necessita di amore ed attende che si concluda la pratica dell'adozione da parte di un'altra coppia. Nella casa dei "genitori temporanei" dovrebbe restarci poco, giusto i "tempi tecnici". Passano invece sette anni, durante i quali s'instaura, si rafforza ed interiorizza quel rapporto fatto di affetto, sicurezza, insostituibilità che trasforma la convivenza "giuridica" in famiglia. Poi, all'improvviso, i giudici sentenziano: l'adozione è completata, la bambina vada dai nuovi genitori. La separazione è legalmente ineccepibile ma crudele.

La terza storia è realtà frequente: quante volte abbiamo sentito di bimbi abbandonati, di neonati partoriti a casa ed eliminati o gettati nei container dell'immondizia? Perché non si sa come mantenerli, perché la vergogna è più forte della coscienza, perché è stato un "errore", perché la creaturina limita le libertà, perché si temono le critiche del paese. Tanti "perché" senza giustificazione e determinati da egoismo, forse da ignoranza, ma anche da sfiducia in una legge che non permette di "sbarazzarsi dell'incomodo" in tempi brevi.

Dove voglio arrivare? Ad una premessa: l'Italia ha una norma sull'adozione e l'affidamento approvata nel maggio 83 (legge N°.184), riveduta successivamente (ma non completamente) per effetto di sentenze della Consulta che ne inficiavano per incostituzionalità alcune disposizioni. In tutto un'ottantina di articoli, suddivisi in "titoli" e "capi", che prevedono casistiche, limiti, obblighi, competenze e procedure. Sollecitano anche "tempi congrui" o "i più rapidi possibile" ma non ne stabiliscono mai l'entità, lasciando una discrezionalità, anche di giudizio, che ubbidisce forse all'autonomia della Magistratura ma contrasta con gli "interessi del minore". Una legge, tra l'altro, tanto farraginosa e complessa nella formulazione da limitarne, e non poco, l'applicazione: non è un caso se nel 1999 gli "affidi" nazionali sono stati meno della metà di quelli internazionali (1.020 contro 2.171), e le adozioni più o meno nella stessa proporzione. Questa legge va cambiata. Ed infatti un nuovo testo è al Senato, frenato però più dal braccio di ferro tra chi vuole eccedere in liberalizzazioni (adozioni di single, coppie di fatto ed omosessuali, aumento dell'età degli adottanti, ecc.) e chi propugna soluzioni più "tradizionali", che non dalla ricerca di un linguaggio chiaro ed inequivocabile, e di misure, anche temporali, che realmente tutelino il minore. Scandaloso? Forse è dir poco.

Quanto sopra è premessa informativa da integrare con altre considerazioni: il figlio in provetta soddisfa più l'egoismo di genitori, che vogliono un proprio figlio ad ogni costo, che non la loro capacità di dedizione a chi già è nato; le "acrobazie" biotecnologiche sono accessibili solo ai ricchi (di denaro, non di sentimenti), e creano problemi etici (doppia maternità con l'utero in affitto, eliminazione di embrioni, ecc.) di cui la società di oggi, eticamente già povera, non ha certo bisogno. Se, come ricorda il Santo Padre, l'adozione è atto d'amore; se paternità e maternità si realizzano nei legami affettivi e non solo biologici; se adottare significa dare e ricevere, l'offrire un cognome ed una famiglia ad un bambino non deve essere il mezzo per aggirare l'ostacolo della sterilità (o della impossibilità a procreare, in caso di coppie omosessuali), bensì "dono" fatto e regolato con coscienza, responsabilità e sentimento. Solo così diventa veramente "donazione" di se stessi.

Egidio Todeschini