Se la Giustizia diventa ingiustizia

   Andreotti, assolto, paga le spese processuali. I dubbi del cittadino comune sul sistema giudiziario. Le assurdità che vanno eliminate   

Ottobre poco felice, per la Magistratura italiana. Inizia con il permesso di libera uscita (due giorni ogni due mesi!) concesso a Giovanni Brusca, il pluriomicida colpevole, tra l’altro, di aver disciolto nell’acido il piccolo Giuseppe Di Matteo e di aver mentito al processo Andreotti. Inevitabili le polemiche: dei familiari delle vittime, alquanto risentiti; del magistrato che afferma di “aver solo applicato la legge”; dei politici che contestano le norme permissive e di chi critica chi contesta. Al cittadino comune rimane il dubbio: davvero tutti i condannati meritano benevolenza?  
  Passa un giorno e la Cassazione pone fine al calvario di Giulio Andreotti, durato quasi 11 anni e conclusosi con l’assoluzione dall’accusa di collusione con la mafia. Bella notizia della quale si dichiarano tutti soddisfatti, il diretto interessato ed i suoi avvocati, l’Italia istituzionale e i Signor Nessuno, ma anche, strano a dirsi, i procuratori, Caselli in testa, che nel 1993 avevano dato l’avvio alle indagini e al processo. Contenti, per amor patrio, di essersi sbagliati? Neanche parlarne!
  E’ piuttosto compiacimento derivante dalla decisione della Cassazione di respingere, imputando perciò al senatore a vita le spese processuali, il ricorso alla sentenza di Appello che, invocando la prescrizione, avallava il sospetto sui reati di connivenza commessi prima del 1980. Il che permette ai denigratori di sostenere che non è vittima di accanimento giudiziario a fini politici, bensì che è un colpevole cui solo le lentezze processuali risparmiano il castigo. E di avvalorare il paradosso secondo cui i pentiti che lo accusavano avrebbero mentito sui fatti recenti (tra gli altri, il bacio a Riina) ma non sui vecchi e che Andreotti avrebbe una duplice personalità: malavitosa fino ad una certa data, irreprensibile dopo.
  Il solito cittadino comune non fa in tempo a chiedersi se questa sia Giustizia e scoppia il caso Carnevale. Giudice di Cassazione rispettoso della legge, annulla più volte, per vizi di forma o di sostanza, alcune sentenze a carico di mafiosi e di personaggi politici. A certi procuratori il fatto non piace e parte l’accusa d’intrallazzi con la mafia. Inizia un altro calvario fatto di angosce, di solitudine, di spese di avvocatura, di sospensione degli stipendi, di perdita del ruolo e conseguente anzianità ai fini pensionistici. Poi, 15 anni dopo, l’assoluzione “perché il fatto non sussiste”. 
  Sospiro di sollievo e domanda per rientrare in Magistratura (i togati vanno in pensione a 75 anni!) ma il Consiglio Superiore la rigetta. Provvede, meglio, tenta di provvedere il Parlamento che, con legge ad hoc, pone riparo ai risvolti negativi di un inutile processo. Infatti reintegra Carnevale nel suo ruolo e gli riconosce gli anni di carriera ingiustamente persi. Tutto bene? No. Perché il Csm prima discute per sei mesi, poi impugna per incostituzionalità la legge. Ora spetta alla Consulta dare un parere ed intanto l’ex giudice attende che gli sia resa giustizia. Il cittadino comune, sempre lui, si domanda: che ne è della separazione dei poteri? 
  Nel frattempo arriva la sentenza definitiva sul presunto falso attentato a Falcone. Questi i fatti: nel giugno del 1989, davanti alla villa in Sicilia del Procuratore, si trovano 15 candelotti d’esplosivo. Messi da Cosa Nostra cui il Magistrato fa egregiamente la guerra? Sembrerebbe logico. Ma alcuni personaggi pubblici, colleghi di Falcone compresi, per “torbidi giochi di potere, di strumentalizzazioni ad opera della partitocrazia, di meschini sentimenti d’invidia e gelosia” (il virgolettato è del giudice della Cassazione!), fan correre la voce che “se li sia messi da solo”. La calunnia è ufficialmente smentita solo 15 anni dopo ma i calunniatori restano incensurati. Il cittadino comune è, ancora una volta, disorientato.
  In pochi giorni quattro scandali. Facile pensare che non sia giustizia, ma negazione di giustizia, quella amministrata in Italia, se i togati non rispondono mai dei propri errori (nonostante il risultato di un referendum!); se sugli assolti permangono, vedasi Andreotti, la macchia del dubbio e l’onere delle spese processuali (e se uno non può più dopo aver pagato 10-15 anni gli avvocati?); se la certezza della pena è formula senza valore, visto che almeno 35 mafiosi, colpevoli di ben 400 delitti, sono già fuori dopo aver scontato solo pochi anni di carcere; se a più riprese si registra l'uso strumentale dei "pentiti” o il ricorso alle “manette facili” per reati amministrativi prima della condanna; se il politicizzato CSM si permette di porre diktat al Parlamento, violandone il potere; se le sentenze possono risultare ambigue ed arrivare dopo due o tre lustri; se i costi relativi, pubblici e privati, sembrano soldi buttati al vento. 
  Occorre una revisione del sistema giudiziario e del codice penale. Ma, indipendentemente dall’adeguatezza della riforma proposta dal Governo – non sono un giurista, non posso giudicare - convincono poco le obiezioni che vengono dai magistrati. E’ vero, la legge sui “pentiti” è stata utilissima per colpire le cosche mafiose: ma è possibile che tutto ciò che questi raccontano sia preso per oro colato, senza gli opportuni accertamenti? E’ vero, le leggi permettono i “permessi” ai delinquenti: ma davvero la discrezionalità del giudice può andare oltre i limiti della decenza? E’ vero, a volte è la difesa a tirar per le lunghe, puntando sulla prescrizione: ma allora perché, con un imputato docile come Andreotti, ci sono voluti 11 anni per arrivare ad una sentenza, peraltro ancora ambigua? E’ vero, in Italia vige l’obbligatorietà dell’azione penale: perché però tanta politicizzazione delle istituzioni giudiziarie? E’ vero, l’anzianità di servizio può significare competenza: ma perché non puntare anche sul merito reale?  E’ vero, lo sciopero è legale: ma può scioperare il Terzo Potere dello Stato? Troppe le domande senza risposta.
  
     

28.10.2004                                                                                                                                            Egidio Todeschini