Appello del Papa a favore della famiglia

Il Pontefice denuncia il “suicidio etnico” derivante dalla scarsa natalità. Il calo demografico è causato da fattori economici ma ancor più da fattori culturali

  La scorsa settimana ho sentito diversi “appelli” rivolti da personaggi italiani importanti in nome della democrazia, dello spirito cristiano, della civiltà, della solidarietà umana o dei diritti delle donne. Erano indirizzati al buon senso, alla coscienza, al civico impegno o alla buona volontà dei lettori, dei cittadini, dei politici e delle organizzazioni nazionali ed internazionali. Tra gli altri appelli quelli espressi dalle due massime autorità: il Capo dello Stato sulla rappacificazione nazionale e il Santo Padre sul “suicidio etnico” derivante dalla scarsa natalità italiana.
  Di norma l'opinione pubblica e degli "specialisti" su detti appelli si spacca. O perché non li condivide o perché li interpreta con spirito di parte. Se non si spacca, ignora. Ha fatto eccezione alla regola, apparentemente, il recentissimo invito del Papa a tutelare di più e sostenere economicamente la famiglia. Che oggi deve affrontare tanti problemi (l'insufficienza del reddito, l'aumento del costo della vita, la scarsità di asili nido, le difficoltà logistiche, gli elevati oneri scolastici e via elencando), i quali portano spesso alla rinuncia della gioia della procreazione. E all'aumento progressivo dell'esercito di "figli unici".
  In effetti, a destra e a sinistra, si sono mostrati subito tutti d'accordo, in netto contrasto con le reazioni all'altro auspicio, in precedenza formulato da Sua Santità, sull'educazione della prole da tutelare dall'influenza negativa che le può venire dalla televisione, questa comoda e non costosa baby sitter che spesso prende il posto della mamma o della nonna. Era grido d'allarme sugli effetti psicologicamente nefasti di alcuni programmi televisivi; fu diffuso per dovere di cronaca ma poco, direi per niente, rilevato nella sua gravità. Né criticato né accettato, semplicemente lasciato cadere nel nulla. Sulla tutela della famiglia, invece, plauso unanime.
  Una felice novità che però non è durata a lungo. Perché, quando si è abbozzata la discussione sul come intervenire e con quali mezzi, è ricominciato il teatrino dei distinguo e delle accuse, dei confronti e degli scontri, delle statistiche e delle testimonianze, delle leggi e dei principi, dei modelli di Stato sociale e delle regole liberali, delle parole e dei fatti. E l'unanime "facciamo" iniziale si è regolarmente scontrato con i "se" e con i "ma" dettati dalle diverse impostazioni politiche, dalle differenti interpretazioni del problema, dalle ristrettezze finanziarie del momento, dall'inevitabile braccio di ferro sul cosa dare e a chi. E ormai lo sappiamo, finché si discute non si agisce.
  Intanto, a giustificare le preoccupazioni del Capo della Chiesa, ci sono i dati statistici subito sfoderati per l'occasione. Rinuncio ad elencare i numeri dai quali però si desume che aumentano le coppie senza figli; aumentano i figli che vivono con un solo genitore perché aumentano i divorzi; aumentano i figli che nascono fuori matrimonio perché aumentano le coppie di fatto o le relazioni occasionali; aumenta l’età media della coppia alla nascita del primo figlio ed aumenta la percentuale dei figli unici e dei figli che restano nella casa parentale fino ad età ampiamente adulta. Aumenta anche la percentuale delle donne che lavorano, benché il nostro 40% risulti nettamente inferiore alla media europea (55% circa).
  Ma sono dati, questi, che sottolineano il fenomeno culturale, oltre a quello economico, che sta alla base del calo demografico del nostro Paese, ormai diventato fanalino di coda in una Europa già di per sé demograficamente asfittica. E ciò dimostra che, a frenare la natalità, non ci sono solo i problemi contingenti, il tenore degli affitti o il costo di un mutuo piuttosto che la scarsità di asili nido comunali; l'insufficienza del reddito mensile o il peso dell'imposizione fiscale; lo scollamento delle strutture sociali per l'infanzia rispetto agli orari lavorativi (i mesi di chiusura estivi o festivi, per esempio, che mal si conciliano con le ferie dei o del genitore) piuttosto che la mancanza o la non disponibilità dei nonni.
  C'è anche la perdita di fiducia in un futuro che appare sempre più problematico ed incerto, soprattutto in un'Italia che non riesce a stemperare lo scontro politico in una più democratica e serena dialettica. C'è l'abitudine, ormai diffusa, ad una certa libertà di costumi e di movimenti che mal si conciliano con le inevitabili rinunce e con i sacrifici che i figli impongono. C'è l'inconscia consapevolezza della odierna fragilità del rapporto matrimoniale o di fatto, e l'istintiva, consequenziale remora a non coinvolgere la prole nel suo fallimento. C'è la falsa credenza della realizzazione personale nel lavoro ad oltranza e nel guadagno, che toglie il gusto della convivenza familiare ed il tempo da dedicare all'educazione dei piccoli e degli adolescenti.
  E' uno stereotipo menzognero quello che vede l'indigenza come causa esclusiva della denatalità. Che, guarda caso, ha incominciato a pesare con tutti i suoi risvolti negativi proprio quando l'Italietta di una volta si è trasformata nell'Italia di oggi, quinta potenza mondiale, a dispetto delle congiunture negative più o meno passeggere. Certo, gli interventi pubblici possono in qualche modo alleviare o alleggerire l'impatto con una realtà a volte problematica. Ma non c'è legge o sgravio fiscale o "bonus" governativo che possa realmente fare invertire la rotta della natalità se ad essi non si accompagnano la riconquista dei valori familiari e l'intima consapevolezza dell'importanza sociale della famiglia.

Egidio Todeschini
6.2.2004