La pace si è fermata ad Assisi?

L'incontro di preghiera con il Papa ad Assisi: un impegno sincero ma che sembra già dimenticato. Le tante nostre incoerenze

E' passato oltre un mese dalla giornata di preghiera, voluta dal Santo Padre e tenutasi il 24 gennaio scorso ad Assisi. Ma sembra che a relegarla nel cassetto delle dimenticanze non sia stato solo il tempo, piuttosto le quotidiane notizie di nuovi fatti di sangue e di violenze, di promesse e di minacce, di bombe suicide e di rappresaglie vendicative. Come se l'invito di Giovanni Paolo II ad "essere umili ed efficaci strumenti della pace" e a riconoscere che "non v'è finalità religiosa che possa giustificare la pratica della violenza dell'uomo sull'uomo", sia stato sul momento raccolto ma non interiorizzato e, proprio per questo, subito dimenticato. Come se il simbolico treno della pace, che dal Vaticano ha portato nella città di Francesco - il santo che chiamava "fratello" anche il lupo - cristiani e musulmani, ebrei e scintoisti, buddisti ed induisti, nonché rappresentanti di altre religioni meno note, avesse fatto "audience" ma non convinto. Né i "laici" né i religiosi, Papa a parte, che vi sono saliti.
Il sacerdote, il rabbino, il mullah, il pope, il prete buddista parla e noi l'ascoltiamo. Preghiamo anche con lui. Ma poi ubbidiamo ad altre leggi, quelle dell'istinto, del piacere, della fame, dell'odio. Cadiamo cioè nell'incoerenza.
Ecco perché, a distanza di un mese, vale la pena riparlare di quella giornata di preghiera: a non trasformarla in un "supermarket del culto", come qualcuno l'ha definita, dobbiamo contribuire anche noi, fedeli che diciamo di credere nel dialogo ma che spesso lo condizioniamo con rigidità mentali, pregiudizi, conformismi; noi, credenti che riconosciamo il valore della preghiera, e però cadiamo a volte nell'errore del fariseo che si vanta davanti a Dio per la propria osservanza dei Suoi comandamenti e precetti.
A gennaio ci fu chi ha applaudito e chi ha contestato, non sempre però a ragione. Cesare Cavalleri, direttore di
Studi Cattolici, per dimostrare che la "pace è un dono di Dio", cita il passo della Bibbia in cui si narra della battaglia degli Ebrei contro gli Amaleciti e di Mosè che prega alzando le braccia al cielo. Quando, per la stanchezza, le braccia si abbassano, l'esercito dei figli di Abramo arretra, quando si alzano, prevale. Allora Aronne e Cur gli sorreggono gli arti fino "al calar del sole", che segna anche la vittoria del popolo eletto. Ne conclude, il Cavalleri, che aggiungere la nostra preghiera a quella del Santo Padre e degli altri religiosi è contribuire con "la nostra pagliuzza al fuoco ...dell'amore che Cristo è venuto a portare sulla terra". Che Gesù sia venuto a predicare amore e giustizia è indubbio. Che il passo biblico citato ne sia però la migliore dimostrazione è, quanto meno, discutibile. Perché da esso si può trarre anche la conclusione opposta: combattendo gli esuli di Egitto una guerra "giusta", Dio ha ascoltato le preghiere di chi, in Suo nome, chiedeva la vittoria. Che differenza c'è con la guerra santa proclamata "in nome di Allah" e che, "se Allah vuole", vedrà la vittoria?
E' facile cadere nell'incoerenza. Si crede in Dio ma si uccide o si condanna in suo nome, e non solo in Medio Oriente: basti pensare alle stragi in Irlanda; si prega ma si dimentica Dio nella vita quotidiana. Si esalta la libertà di fede ma si pretende che la fede non entri nelle norme statali. Si sanziona la Shoah ma si premia con il Nobel il terrorista Arafat e non si disapprova chi nelle moschee dice di voler "continuare l'opera incompiuta di Hitler". Si attacca l'Occidente che non punisce Israele e si dimentica che le stragi più truculente di Palestinesi portano la firma degli Iracheni e dei Giordani. Che sia per questo che le guerre continuano ed il Signore si mostra così avaro nel concederci il dono della pace?
C'è incoerenza anche in chi applaude il Papa ma cede a certi "distinguo" che non hanno motivo di essere. Mi riferisco all'Olocausto dal quale dobbiamo trarre una lezione per il futuro. Sei milioni di ebrei uccisi perché ebrei: tutti d'accordo, aberrante, inaccettabile. Aberrante ed inaccettabile anche se rileviamo che la motivazione fideistica nascondeva ragioni più prosaiche, esattamente come la miseria arma oggi di odio i kamikaze, e ha trovato alimento nei secolari pregiudizi sul "popolo deicida", così come gli integralisti foraggiano i loro seguaci additando la perdita dei valori del mondo occidentale. E gli 80 milioni fatti fuori in nome del marxismo, cioè di un credo che ha rifiutato la religione perché "oppio dei popoli" ma l'ha sostituita con il culto della lotta di classe, questi possiamo dimenticarli? Non hanno diritto anch'essi ad una "memoria" che insegni a non ricadere più in tanta barbarie? Non sono stati sterminati in nome di un dio, il proletariato, per di più fasullo?
Il Papa ha ottenuto il consenso degli altri capi religiosi ad un impegno preciso: dichiarare ai propri fedeli che "violenza e religione non possono camminare insieme". Non è una garanzia di pace, ma certamente una porta aperta alla speranza. Se Dio vuole e se gli uomini di buona volontà se ne fanno carico.

Egidio Todeschini