L’incrinato pilastro della famiglia

 Sconsolante indagine dell’Istat sulla natalità. L’esercito di figli unici e il bonus governativo per ridurlo. Un figlio: spesa o investimento?

  Arrivano contemporaneamente: la legge che riconosce un bonus di mille euro alle famiglie per i nati nel 2004, dal secondogenito in poi, e i risultati di una dettagliata ricerca Istat sulla natalità, sui motivi del calo nazionale delle nascite e sulle aspirazioni delle donne in età fertile. Vale la pena spendere due parole per commentarle. Soprattutto per cogliere l'adeguatezza, o meno, della nuova norma, non tanto alle esigenze economiche delle coppie, quanto piuttosto alla "cultura" dei nostri tempi, a quei modelli di vita ai quali, per conformismo o per intima convinzione, ci si adatta con estrema facilità.
  La legge, positiva anche se l'aiuto risulta insufficiente a far fronte al costo di un figlio, segue di pochi giorni la decisione governativa di limitare gli aborti mediante l'assegnazione di un assegno di 1500 euro a chi, ragazze madri in particolare, decide di portare a termine la gravidanza e affidare il neonato all'adozione. Da cattolici, ma anche da Italiani, non possiamo che rallegrarcene: i due testi normativi rispondono al preciso precetto cristiano dell'inviolabilità della vita e della procreazione. Ma tentano anche di mettere riparo a quella denatalità che l'Italia ormai registra da anni, con tutte le conseguenze negative che ne derivano, in termini di identità nazionale, da proteggere e perpetuare, e anche di economia.
  Identità ed economia ormai notevolmente a rischio: la prima anche a causa dell'immigrazione massiccia, con relativi problemi di integrazione, che ormai la Penisola e l'Europa registrano (secondo uno studio recente, in Italia pubblicato a cura di Reset, dal 1950 ad oggi si è passati, nell'Europa occidentale, da 800 mila islamici all'attuale 17 milioni); l'altra per la mancanza di persone in età lavorativa che ne deriva e, soprattutto, per lo squilibrio crescente tra popolazione attiva e popolazione quiescente. Ben vengano, quindi, i due "assegni" statali sui quali la proverbiale saggezza popolare ha espresso un giudizio favorevole con il noto slogan del meglio poco che niente. Un rilievo critico si può comunque fare: a quanto ci consta il gradito "regalo" è previsto per tutte le coppie, indipendentemente dal loro reddito. Purtroppo, come spesso capita, l'informazione su tale aspetto è stata carente. Però, se è così, è ridicolo. Forse costituzionalmente legittimo, ma socialmente ingiusto.
  Resta il fatto che, a stare ai risultati dell'indagine Istat, nasce il dubbio che i 1000 euro accordati bastino, non in termini economici, bensì culturali, a far cambiare la tendenza, ormai diffusa, di accontentarsi del figlio unico. Perché, se è vero che le 50.000 donne intervistate, diventate madri nei dodici mesi a cavallo tra il 2000 ed il 2001, riconoscono tutte che "un figlio è poco", è altrettanto vero che l'80% di esse, dopo il primo, hanno deciso di non averne più. Il che spiega perché, da oltre 30 anni, la media della natalità nazionale si aggira costantemente sull'1,5%.
  Non spiega però per quali motivi la bella famiglia "all'italiana", notoriamente numerosa, si sia ridotta, nel corso degli anni, al misero due (genitori) più uno (figlio). Quando non all'uno più uno. Ed è proprio su questi che lo studio dell'Istat è illuminante. Ma anche preoccupante. Perché mette in luce che alla base della scarsa natalità ci sono sì motivi economici, ma soprattutto più genericamente culturali e sociali. Perché, ad influire sulla scelta del figlio unico, c'è il costo della vita, la necessità delle donne di contribuire finanziariamente al mantenimento della famiglia, la difficoltà materiale di coniugare lavoro e casa (35,7%), la scarsità di asili nido, pubblici e privati (ne gode solo il 38,7% delle mamme), il costo di questi ultimi e delle baby sitter (che comunque compaiono nel 43,6% delle famiglie), la "disponibilità" dei nonni e delle "vice mamme" ad occuparsi di più di un bimbo. Tutti fattori che non aiutano ad accettare una seconda o terza maternità.
  Ma c'è soprattutto la voglia femminile di "realizzarsi" e l'idea che ciò avvenga sul lavoro (il 63,2% al Nord, 32,5% al Sud), non in famiglia, se solo il 14% delle neo mamme abbandona l'impiego, il 71% delle quali sperando di riprenderlo "al più presto". Come dire che il ruolo di moglie e di madre non è più gratificante. C'è il freno delle responsabilità parentali (25,4%) che le donne non sentono di potere (o volere?) assumere. Che è ammissione di una qual mancanza di maturità. C'è la "paura" del domani (78,6%), che spaventa non perché politicamente o economicamente incerto, bensì perché "non si hanno garanzie che il rapporto di coppia duri". Quasi che non dipendesse anche dalla buona volontà, dall'affetto, dalla comprensione e dal reciproco rispetto dei coniugi il farlo durare. C'è pure l'incapacità di accettare (33,2%) le rinunce ed i sacrifici che il focolare domestico comporta. Ed è ovvio che ciò sia frutto dell'educazione dei giovani di oggi, abituati ad avere tutto e subito. E magari convinti di avere più diritti che doveri.
  Ma se non sono solo i soldi a limitare le nascite, c'è da preoccuparsi. Perché ciò tradisce un egoismo di base che non facilita i rapporti umani e familiari. Perché rivela la perdita del valore fondante della società, che nasce, si basa e si perpetua attraverso la famiglia. Perché rinnega l'invito evangelico alla procreazione. Perché contribuisce ad avere una gioventù più viziata. Perché non educa, fin dalla primissima età, alla fratellanza. Perché crea problemi economici, si pensi alle tante pensioni ai fondi delle quali provvederanno pochi giovani. Perché ci mette alla mercé di gruppi etnici, islamici in particolari, tradizionalmente portati alla numerosa proliferazione. Perché si dimentica che i figli non sono una spesa ma un investimento.

Egidio Todeschini

 6.12.2003