L’insostenibile leggerezza del calcio

La crisi finanziaria di alcune società e la violenza negli stadi. Due problemi diversi, una causa comune: il disprezzo delle regole civili  

 Non sono un "tifoso". Sì, seguo la squadra della mia città e quando giocano i nostri parteggio per l’Italia. Ma non molto di più, non m'incollo davanti alla Tv per assistere ad un derby, non perdo il mio tempo per andare allo stadio.
 Ma è disinteresse che non m'impedisce di stigmatizzare gli episodi di cronaca nera che regolarmente accompagnano il nostro sport nazionale: da una parte violenze verbali, aggressioni fisiche, striscioni offensivi quando non razzisti, invasioni di campo, ferimenti e tafferugli; dall'altra amministrazioni fallimentari, evasioni fiscali, ingaggi plurimiliardari ed altre cosucce del genere, con l'inevitabile accompagnamento di strumentalizzazioni politiche. E, per dirla con franchezza, non so se mi scandalizza di più l'ignobile comportamento dei cosiddetti ultràs o la malandrina tenuta dei libri contabili delle società calcistiche.
 Due problemi completamente diversi che, a mio giudizio, trovano una causa comune nella diseducazione. Non è un caso se nelle ultime settimane siano emersi in contemporanea l'episodio romano della sospensione del derby, con relativi scontri tra ultràs e polizia, e il rischio di retrocessione e di esclusione (per fallimento) dalla Coppa Uefa di alcune squadre. Parliamone.
 Incominciamo dal primo: la “crisi” finanziaria di molte società calcistiche. Ha tenuto banco per un paio di settimane, ha dato il là a tanti soloni pronti a dare consigli, si è incuneata tra i partiti della maggioranza e dell'opposizione creando ulteriori divisioni interne. Sembrava una tragedia nazionale per risolvere la quale era pronto a muoversi anche lo Stato, disposto a fare il “paganino” di sempre con un decreto "salvacalcio" che avrebbe permesso la rateizzazione dell'ingente debito fiscale delle società a rischio. Per fortuna, non è decollato. Bocciato dall'Unione Europea ma criticato trasversalmente anche in Italia. Poi di nuovo il silenzio o quasi. Come se il problema fosse stato risolto o non fosse mai esistito.
 Rimangono invece le statistiche che hanno accompagnato le polemiche. Hanno chiarito poco, tranne una cosa: che i "numeri" sono da Paese di Bengodi. Ne cito qualcuno: in una decina di anni gli ingaggi dei giocatori sono aumentati del 400%. Un impiegato medio – e i calciatori hanno contratto di dipendente – dovrebbe lavorare 299 anni per guadagnare quel che un Vieri o un Totti incassa in un anno (12 milioni di euro il primo, 11 il secondo!). Anche i meno pagati sono ben remunerati (si va dai 170.000 ai 3.000.000 di euro annui). E dal 1991 ad oggi, dagli 831 calciatori a carico delle società calcistiche, si è passati ad oltre 1400, pur restando immutato il numero delle squadre nazionali.
Stando così le cose, non sbalordisce che i bilanci di molte squadre siano in rosso. Né stupisce che il 78% dei loro introiti se ne vada in compensi e stipendi. D'accordo, siamo in regime di libero mercato, per di più di una categoria - soggetta a rischi infortuni (ma non è la sola) - di "lavoratori" che, arrivati ad una certa età, abbandonano di necessità il mestiere (ma non l'attività lavorativa, quindi il guadagno, se poi diventano allenatori o, come Rivera, addirittura deputati!). D'accordo, il calcio è lo sport preferito dagli Italiani. Ma basta ciò per giustificare l'inciviltà di un'evasione fiscale miliardaria e l'arrogante pretesa di un aiuto di Stato?
Se fin qui vediamo il segno del perdurare di una mentalità statalista sommata alla mancanza di senso civico, dalle regolari (o quasi) violenze negli stadi, di cui fanno le spese, in genere, le Forze dell'Ordine ed i cittadini comuni, emerge la netta sensazione di uno sbandamento, di una perdita del senso dell'agonismo di chi crede o dice di essere uno "sportivo" ma in realtà è solo un "terrorista" dello sport. Per passione ideologica, per ignoranza, per mancanza di educazione, per cieco abbandono ad un insano sentimento di odio o per analfabetismo agonistico.

Fanno paura, gli ultràs, e ben vengano le leggi tendenti a prevenirne gli ardori, a punirne gli eccessi, a controllarne i movimenti, a vietarne le manifestazioni che inducono all'aggressività. Ma non bastano, ed il perdurare del fenomeno sta lì a dimostrarlo. Il virus della violenza gratuita va curato a monte, nella scuola, in famiglia, perfino dai media, spesso più sobillatori che educatori. E' innegabile, abbiamo perso il senso della competizione, sia essa sportiva, professionale o politica. Abbiamo relegato in cantina il senso della disciplina, annullato il valore del merito, ingigantito il diritto alla libertà, ceduto alla tentazione di giustificare ogni abuso con la scusante del "disagio sociale".
 Il risultato è la diseducazione alle regole del vivere civile, è l'ignoranza del rispetto degli altri e delle cose degli altri, è la perdita del senso di appartenenza ad una comunità, è il cedimento alle passioni più basse, siano esse devozione al dio Denaro o spirito di vendetta. E se queste lacune pedagogiche emergono soprattutto dalle violenze negli stadi, esse spiegano anche i "crac" delle società, calcistiche e non. E' il caso non solo di rifar nostro il vecchio detto latino “mens sana in corpore sano” che legava la salute della mente a quella del corpo, ma addirittura di capovolgerlo, di convincerci che il corpo, di una persona o di una società, è sano solo se la mente è sana. Pena l'inciviltà dei costumi.

16 aprile 2004

 Egidio Todeschini