Il cuore che manca all'Europa

Il vero problema dell'Unione Europea è l'assenza di Politica. Per diventare superpotenza deve aver chiara la propria missione

La settimana scorsa, sia pure con la sintesi imposta dallo spazio redazionale, abbiamo colte le anomalie, le paure e le speranze legate allo sviluppo economico dell’Unione Europea, a seguito dell'allargamento ai nuovi 10 Stati. I quali influiscono sul suo prodotto lordo con un 5-6% o poco più, ma incidono sulla popolazione con un aumento del 20% circa. Il che è solo apparentemente negativo poiché il dislivello da colmare comporterà più investimenti, quindi più lavoro. All’inizio magari ci sarà qualche tensione ma, se la vecchia Europa rinuncerà a cercare nuovi alibi per non rinnovare e riformare il proprio welfare state (stato sociale), esse saranno presto risolte.
  Tuttavia, come non si vive di solo pane, così uno Stato non diventa forte e determinante se, oltre all’economia, non mette in atto una politica   sicura, efficace, chiara, univoca. Fino ad ora essa è mancata. E' questo il vero problema dell’Unione Europea, l’unico che può metterne a rischio, se non l’esistenza, quanto meno quel ruolo di superpotenza mondiale cui aspira e che la porrebbe alla pari con gli Stati Uniti, togliendo loro la veste egemone, poco accettata e mal vista nel Vecchio Continente.
  Stando così le cose, possiamo dire che l’Unione è ormai “grossa” per estensione geografica, per popolazione, quanto prima speriamo anche per reddito economico, ma non è ancora “grande”, a dispetto del suo patrimonio artistico, culturale, religioso e storico. Infatti non svolge attivamente e unitariamente nessuna funzione internazionale. Qualcuno afferma che “non ha cuore”, intendendo dire che il “cuore” di uno Stato, qualunque sia la sua forma istituzionale, è la Politica. L ’Unione non l’ha. Forse non può perché non ha una Costituzione. Più probabile, però, che manchi ancora di una Costituzione perché i singoli Stati non riescono ad accettare la perdita, sia pure parziale, della propria sovranità; soprattutto non riescono a superare i contrasti interni, le rivalità reciproche, i pregiudizi ideologici e gli antichi rancori. Il risultato è che l’UE è Unione sulla carta, drammaticamente e avvilentemente Disunione nella realtà.
  Esagero? Forse. Ma a dare una rapida scorsa ai fatti degli ultimi quindici anni, cioè dal termine della cosiddetta guerra fredda, vediamo un’Europa praticamente assente dalle tragiche vicende dell’ex Jugoslavia; colpevolmente indifferente ai drammi dell’Africa; perennemente in ordine sparso al Consiglio dell’Onu; fortemente conflittuale di fronte al problema dell'Iraq e del terrorismo islamico. Disunita per motivi di prestigio, per calcoli economici, per nostalgie ideologiche, per incapacità, politica appunto, di superare l’immobilismo dello status quo.
  Per diventare Nazione o Supernazione, Stato federale o Confederazione che sia, non può continuare ad accontentarsi della vittoria dell’euro – che comunque gli Europei contestano perché ha comportato ovunque un notevole aumento del costo della vita - e della libera (ma non troppo) circolazione di beni, uomini, servizi e denaro. E magari continuare a gridare contro l’arroganza, l’interventismo ed il potere degli Americani. Nei confronti dei quali è scemata, con il tempo, la gratitudine per l’aiuto offertoci per far fuori le diverse dittature, ma non l’astio di chi non ne accetta il liberalismo. O non li perdona per l’annientamento dell’Urss.
  Deve piuttosto mettersi in grado di trasformare il sistema mondiale, attualmente monopolare, in uno bipolare, da una parte gli Usa, dall’altra un’Europa non antagonista ma complementare. Magari discorde ma unanimemente. Per riuscirci, deve arrivare ad una comune politica estera e di sicurezza; deve poter realizzare le tre unità che caratterizzano uno Stato (“uno scettro, una moneta, una spada”), cioè unificare, oltre al portafoglio, anche la politica estera e creare una difesa (leggi esercito) europeo. Su queste unità poggia l’unica forma di riscatto e di progresso del Continente, la sola possibilità di venir fuori dalla stasi economica e, soprattutto, da quella politica. Di esse si faceva portavoce, in piena seconda Guerra Mondiale (1941), l’antifascista Altiero Spinelli, con i “compagni” Ernesto Rossi e Eugenio Colorni. Sessanta e passa anni dopo, dobbiamo tristemente constatare che brillano ancora per assenza.
  Intendiamoci, siamo perfettamente coscienti delle difficoltà che rallentano il raggiungimento dell’obiettivo. Non solo parliamo lingue diverse, abbiamo anche alle spalle storie diverse; siamo diversi per mentalità, cultura, filosofia della vita. Soprattutto, per esperienze politiche che, a volte, hanno lasciato cicatrici profonde – vedasi i Paesi dell'ex Unione Sovietica - e in altri casi hanno fatto optare per un certo modello esistenziale piuttosto che per un altro. 

  Ma sono difficoltà che possono essere affievolite, se non annullate, con la memoria, che guarda al passato, con l'educazione, che spinge al futuro, e con la rivalutazione dei valori fondanti, politici e cristiani, del nostro Continente. Interpretandoli giustamente: libertà non significa poter fare sempre quel che si vuole, se ciò può comportare danno agli altri. Tolleranza non vuol dire cedere a tutte le pretese o a tutti i ricatti che possono venire da fuori, bensì portare rispetto: agli altri ma anche, soprattutto, a se stessi e ai propri principi. Senza inutili – e forse falsi - sensi di colpa.

  Per diventare superpotenza, l'Unione Europea deve darsi un cuore, cioè capire quale è la sua missione e seguirla. Se ci riuscirà, il suo alzabandiera avrà un valore. Altrimenti potrà solo alzare le mani in segno di resa.

Egidio Todeschini                                                                                                                             20.5.2004