Così fugace, così eterno

In un ricco volume il messaggio fotografico di Egidio Todeschini

Cosa resta di solito del viaggio, itinerario di un frettoloso tempo-spazio? Attraverso la macchina fotografica, Egidio Todeschini ha dato una risposta diversa da quella abituale. ”I momenti del vivere sono così fugaci, ma così carichi di eternità”, in questa affermazione egli sintetizza ciò che l’obiettivo può essere in grado di catturare se diretto con sensibilità e intelligenza: un frammento dell’attimo immobilizzato per sempre.
È il senso del ricco volume illustrato Appunti di viaggio alla scoperta dei volti, nel quale l’autore Egidio Todeschini, sacerdote, nato a Berbenno (BG) e residente a Lucerna, direttore del ”Corriere degli Italiani”, fotografo per hobby, ha riunito i suoi ricordi dal mondo. Fanno da supporto scritto i testi dei giornalisti Dalmazio Ambrosioni e Sandro Vavassori (a formare, con l’autore, un trittico bergamasco).
Osserva Ambrosioni che le fotografie di questo libro ”sono per l’autore non tanto un modo per esprimersi quanto un mezzo per comunicare”. Dai quattro punti cardinali della Terra, Todeschini ha riportato anche immagini di monumenti storici e rovine archeologiche, di paesaggi desertici o marini, ma soprattutto, come suggerisce il sottotitolo, immagini di volti, testimonianza dell’incontro con l’ ”altro”. All’interno di questa folla di razze, la scelta privilegia bambini e donne. Particolarmente i bambini, forse perché nel loro sguardo curioso e disarmato vive più che altrove il significato del mistero umano, l’enigma e l’attrazione, una disponibilità ancora gratuita, senza remore.
Todeschini ha voluto offrire immagini belle, dolci, tenere, indugiando raramente sulle realtà più dure (come le favelas brasiliane) ma facendo comunque indovinare sempre quell’universo di sofferenza, povertà e violenza che può nascondersi dietro il sorriso in ”posa” colto nel gioco oppure la serietà dignitosa, già troppo adulta, di un bimbo-lavoratore.
Riti religiosi, feste folcloristiche, il quadro multicolore di un mercato egiziano o guatemalteco, scene quotidiane di un villaggio africano, sono alcuni eventi di aggregazione sorpresi dalla macchina fotografica. Ma il più delle volte l’obiettivo preferisce intensi primi piani, e, appunto, volti nella multiforme e dettagliata disposizione di occhi e labbra, gli elementi espressivi che catturano immediatamente lo sguardo di chi osserva.
Non si tratta di ”documenti” rubati: le persone, s’intuisce, sono già legate al fotografo da una forma di fiducia e amicizia. Dalla Dalmazia al Marocco, dalla Tunisia all’Egitto, dalla Costa d’Avorio al Togo, dal Messico, a Cuba, dal Brasile alla Bolivia, al Perù, alla Tailandia, l’istantanea sembra essere solo l’ultimo atto di un incontro già avvenuto: quasi tutti i ”soggetti” guardano l’obiettivo, gli si offrono con atteggiamenti diversi, secondo i diversi caratteri: dalla risata che nasconde imbarazzo e un po’ di vergognosa riluttanza, alla concentrazione di chi coglie lo scatto fotografico con l’impegno di un ritratto, quasi percependone il destino pubblico.
Un capitolo a parte è riservato al rapporto madre-figlio: ed è qui più che altrove che si annulla, al di là dei costumi e degli usi, qualsiasi differenza etnica, culturale e geografica: una madre e un figlio ricompongono un nucleo eterno, originario, immutabile, nell’immutabilità dell’amore sempre identico.
Nelle ultime immagini, il libro propone altri omaggi alla memoria, tra scorci di storia e tradizione europee: pastori e pescatori, lager in Polonia e Germania, orrore e poesia, morte e vita, che si sintetizzano nella simbolica fotografia di un fiore posato sul groviglio di fili spinati. (Man.C.)

 

(”Giornale del Popolo” / Lugano, 29 dicembre 1993)