La sfida del terrorismo islamico

I pacifisti che sfileranno a Roma e le tante opinioni che li muovono. Si va dalla strumentalizzazione antiamericana all'atteggiamento pilatesco. Con le incoerenze non si difende la pace

  "La pace sia con voi". Ci siamo mai chiesti il valore di quel congiuntivo, "sia", che ci viene da Cristo? Sintatticamente parlando, lo definiremmo "ottativo", il modo del desiderio ma anche dell'augurio. Ma la sintassi non spiega perché Gesù dice "sia" e non "è". Solo la teologia fa capire che l'auspicio dona speranza ma ricorda anche che dobbiamo riuscire a crearla, l'armonia, per sentirci in pace con noi stessi e con il prossimo. Perché è dono che va conquistato e difeso. Perché non basta definirsi pacifisti per essere davvero pacifici. Perché sbandierare un pugno chiuso che sa di lotta, non di mite convivenza, o minacciar ceffoni a chi non è d'accordo, suggerisce tutto, tranne l'idea di pace. E di amore per essa.
  Sono riflessioni che mi vengono spontanee seguendo le polemiche che anticipano, con una certa violenza verbale, la manifestazione pro pace organizzata a Roma dal Social Forum di Agnoletto e prevista per il 20 marzo. Non è una data qualunque, segna il primo anniversario della guerra di Bush all'Iraq, già un anno fa così poco compresa ed accettata da suscitare, e non solo in Italia, cortei di protesta, scioperi a sorpresa e grande sventolio di bandiere con i colori dell'arcobaleno. Ma anche qualche episodio di brutalità gratuita che è sinonimo di quell'intransigenza che si espresse con lo slogan del "senza se e senza ma".
  Ora, a guerra finita, l'input ad una nuova sfilata per le vie di Roma è dato dal decreto governativo per la riconferma delle nostre missioni militari, in Albania e nel Kosovo, in Bosnia e in Afghanistan, in Somalia e in Iraq. Con la differenza che, questa volta, lo slogan dei "senza" permane ma il fronte dei pacifisti si divide. Da una parte i seguaci del Social Forum, ai quali si aggiungono i "Disobbedienti" di Caruso e Casarini, nonché i leader della sinistra massimalista; dall'altra gli adepti della Tavola della pace che riunisce i cattolici di Acli, Cisl, Agesci e Ong (Organizzazioni Italiane di Cooperazione e Solidarietà Internazionale).
  Per i primi, che dicono "no" a tutte le missioni, avvallate o meno dall'Onu, pace significa vittoria della "resistenza irachena sulle forze occupanti"; gli altri leggono in tali proclami "un tentativo di strumentalizzazione politica per eccesso di antiamericanismo" e temono che un "immediato ritiro dei militari comporti il rischio del caos totale". C'è poi la schiera della sinistra riformista, quella del "Triciclo" prodiano, alquanto indecisa e divisa. Intanto, in nome della pace, i tre fronti si fanno la guerra a suon di insulti, demonizzazioni e minacce. Decisamente poco civile. E per nulla pacifico.
  Intendiamoci, ogni opinione è legittima, ma non tutte ubbidiscono alla coerenza. Perché è vero, come qualcuno sostiene, che l'art. 11 della nostra Costituzione "ripudia la guerra": resta però da chiarire perché abbiamo aderito a quella contro la Serbia. Era "umanitaria", si dice, stanti le atrocità subite dai Kosovari grazie a Milosevic. Certo. Ma Saddam cosa ha fatto con i Curdi, gli Iraniani, gli Sciiti, con il suo stesso popolo? Lecita ma non coerente anche l'idea che solo l'Onu possa avallare un intervento militare: a scatenarlo contro i Serbi fu la Nato, non le Nazioni Unite, però vi partecipammo. Perché?
  Ed è vero che i massimalisti di sinistra urlino "no a tutte le guerre", ma è pure innegabile che l'urlo si spegne quando, a scatenare un conflitto, non sono gli Stati Uniti ma altri popoli. Dove erano quando l'Urss invase l'Afghanistan o la Cecenia? E perché tacciono sulle rivolte ad Haiti, sui massacri in Uganda, sugli stermini del Sudan, sugli orrori del Congo, sulla messa a punto della bomba atomica nella Corea del Nord? I Disobbedienti sostengono che "gli Irakeni sono persone intelligenti che non hanno bisogno dei bravi occidentali per instaurare una democrazia". Può darsi. Ma allora ci si chiede perché hanno osannato per decenni un raïs assassino, ladro e dittatore. E perché ora il terrorismo colpisce chi gioisce della sua fine. Pretendono anche che "le democrazie non si esportano con la guerra". Indubbio. Peccato però che dalle dittature nazista e sovietica ci hanno liberato due guerre, una combattuta ed una fredda.
  Lascio al lettore la libertà d'opinione ma non posso esimermi da due osservazioni supplementari. La prima mi porta a dire che, sì, la guerra è sempre da evitare ma ciò non significa che dobbiamo abbandonare al loro destino ed al terrorismo i popoli che soffrono angustie e satrapie. Sostenere la "pace" ed ignorare le tragedie altrui equivale ad assumere l'irresponsabilità di un Ponzio Pilato, a lavarsi le mani, a lasciare "che il mondo bruci mentre discutiamo sulle marce" (Mons. Vincenzo Paglia).
  La seconda osservazione sorge dallo studio della ideologia religiosa che spinge gli integralisti islamici a dichiarare guerra, "santa", all'Occidente ma anche ai Paesi musulmani più moderati. Nel "mondo che brucia" richiamato dal Vescovo di Terni ci siamo anche noi, "rei", secondo Bin Laden ed i suoi seguaci, di appartenere a quella "Terra dei miscredenti" che si oppone all'espansione dell'Islam "voluta da Allah". In Occidente fu bloccata, a suo tempo, a Lepanto ma oggi ai loro occhi la nostra appare una civiltà di "infedeli degeneri e corrotti", quindi più facilmente abbattibile. Grazie anche allo stragismo suicida che trasforma in martiri gli uomini o donne-bomba. Forse è il caso di riflettere sul tetro futuro che ci aspetta, se il fanatismo dovesse vincere. E combattere ora perché la pace sia veramente con noi.

Egidio Todeschini

29.2.2004